Abbazia di Staffarda: storia, architettura e leggende

L’abbazia di Staffarda, fondata nel 1135 è un capolavoro dell’architettura cistercense che, per secoli, ha plasmato il paesaggio e la spiritualità del Piemonte.

Nell’armonia medievale dei suoi edifici, il complesso custodisce tesori d’arte unici e testimonianze di un’economia monastica d’avanguardia basata sulle grange.

Visitare l’abbazia significa scoprire un intreccio millenario tra fede, leggende popolari e precisione astronomica.

Indice:

  1. Fondazione e origini storiche dell’abbazia di Staffarda
  2. Il sistema delle Grange e la leggenda del drago di Staffarda
  3. La battaglia del 1690 e l’annessione all’Ordine Mauriziano
  4. Architettura civile e vita dei monaci conversi a Staffarda
  5. Simbolismo cromatico e tesori d’arte nella chiesa

Fondazione e origini storiche dell’abbazia di Staffarda

L’origine dell’abbazia di Staffarda è legata al marchese di Saluzzo Manfredo I; la fondazione canonica risale probabilmente al 25 luglio 1135, segnando l’ingresso ufficiale dei monaci cistercensi nel territorio e, già nel 1138, il monastero risultava operativo e dotato di beni.

L’atto di donazione di Manfredo I seguiva una precisa strategia politica: insediare una comunità monastica per bonificare terre improduttive e consolidare i confini dell’antico marchesato.

vista esterna dell'abbazia di Staffarda, con facciata della chiesa e viale in ciottolato.

Il luogo dove oggi sorge l’abbazia di Staffarda era già custode della memoria cristiana; infatti nel 1811, durante lavori di scavo, fu rinvenuta la lapide di tale Onorata, datata 6 febbraio 620 d.C. epoca del re longobardo Adaloaldo.

Sulla sua identità gli storici hanno formulato ipotesi basate sul contesto dell’epoca, come una donna dell’aristocrazia longobarda o una religiosa.

In ogni caso, il ritrovamento dimostra come l’area, nota come Nemus Stapharde (la selva di Staffarda), fosse considerata sacra cinque secoli prima dell’arrivo dei cistercensi, suggerendo una continuità d’uso religioso del sito.

I primi monaci giunsero a Staffarda dall’abbazia ligure di Tiglieto (GE), figlia diretta della casa madre francese di La Ferté, in Borgogna (Francia).

La costruzione del complesso avvenne con sorprendente rapidità e le prime strutture provvisorie, probabilmente in legno, furono poi sostituite da edifici in laterizio.

interni della chiesa di Staffarda, con vista centrale su presbiterio e polittico.

Anche se spesso si cita il 1238 come data di consacrazione della chiesa, le fonti storiche primarie non la confermano con certezza, suggerendo che fosse già operativa ben prima.

Il sistema delle Grange e la leggenda del drago di Staffarda

Il complesso divenne il motore di una radicale trasformazione del territorio, poiché i monaci bonificarono paludi e scavarono canali (bealere), rendendo fertili terreni prima ostili.

Il sistema produttivo si basava sulle “Grange”, aziende agricole gestite da monaci conversi e nel 1678, l’abbazia di Staffarda possedeva ben 34 cascine, con nuclei principali nei territori di Revello, Scarnafigi, Lagnasco, Cardè e Cavour.

Nota. I monaci conversi, pur emettendo voti religiosi, si dedicavano al lavoro manuale e alla gestione delle attività agricole. Erano spesso di umili origini e vivevano in spazi separati all’interno dell’abbazia, garantendone il sostentamento economico.

Una delle leggende più radicate nella memoria locale ci riporta ai tempi della bonifica, poiché si narra che, durante i lavori per prosciugare le paludi, i monaci si imbatterono in un mostro o drago acquatico.

Secondo la tradizione orale, l’animale, forse un pesce siluro di dimensioni eccezionali o uno storione del Po, fu ucciso o trovato morto, e le sue carni avrebbero sfamato la comunità durante una carestia.

Visuale della campagna in estate, con cielo sereno e l'abbazia di Staffarda a circa 150 metri.

A riprova dell’evento, per secoli è stata conservata nel chiostro una gigantesca costola e, sebbene la scienza moderna la identifichi come una costola fossile o di cetaceo portata come ex-voto, per i fedeli rimase per secoli la prova tangibile del “drago di Staffarda”.

La battaglia del 1690 e l’annessione all’Ordine Mauriziano

Il momento più buio nella storia dell’abbazia di Staffarda fu il 18 agosto 1690, durante la Guerra della Grande Alleanza (1688 – 1697), quando, nei pressi del monastero, i francesi del generale Nicolas Catinat sconfissero l’esercito sabaudo di Vittorio Amedeo II.

La battaglia di Staffarda portò al saccheggio del complesso: archivio storico e biblioteca furono distrutti, causando una perdita irreparabile di documenti, mentre parti di chiostro e refettorio vennero abbattute.

Dopo un periodo di declino, dovuto anche alla perdita di autonomia monastica, nel 1750, con la bolla di Papa Benedetto XIV, l’abbazia di Staffarda fu aggregata al patrimonio dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Ordine Mauriziano).

Questo passaggio ne permise la conservazione materiale, oltre ai restauri che avvennero tra i secoli XIX e XX.

Architettura civile e vita dei monaci conversi a Staffarda

L’abbazia di Staffarda, a differenza di altri complessi cistercensi, spesso isolati, era dotata di un’architettura civile integrata nel nucleo monastico.

La Loggia del Mercato, sulla piazza antistante la chiesa e risalente al XIII secolo, serviva come punto di raccolta e scambio delle derrate alimentari prodotte nelle grange.

esterni con antico pozzo medievale e costruzioni

La sua posizione, esterna al monastero ma adiacente all’ingresso, riflette la sua funzione di cerniera tra il mondo monastico produttore e quello laico acquirente.

Sul lato occidentale del complesso si erge la foresteria, databile intorno al 1240, che ospitava i conversi e i pellegrini di passaggio; al piano terreno si trovava il refettorio, mentre il primo piano era adibito a dormitorio.

L’abbazia di Staffarda, oltre che luogo di culto, era una cittadella autosufficiente dotata di stalle, magazzini e forni: tra gli ambienti spicca il Calefactorium, l’unico locale riscaldato dove i monaci si rifugiavano d’inverno per sciogliere l’inchiostro e scrivere.

Oggi, tale ambiente, nei mesi estivi, ospita una delle più importanti colonie riproduttive di pipistrelli (Myotis) del Piemonte; la loro tutela è diventata parte integrante della gestione dell’abbazia di Staffarda.

giardino del complesso di Staffarda, con chiostro e giardino, con sole e cielo sereno.

Il Chiostro e la Sala Capitolare dell’abbazia di Staffarda

Il chiostro (claustrum) era il cuore spirituale dell’abbazia; mentre quello che vediamo oggi è ciò che ne rimane dopo la distruzione durante la Battaglia di Staffarda del 1690.

L’antica eleganza gotica è ancora tangibile nella sequenza di arcate; il contrasto tra il rosso di pilastri e il bianco delle colonnine crea un ritmo visivo vibrante, mentre i capitelli, finemente lavorati, testimoniano la maestria degli artisti dell’epoca.

chiostro interno dell'abbazia di Staffarda, cono colonne in controluce e mattoni.

Sul lato orientale del chiostro si apre la Sala Capitolare, dove la comunità monastica si riuniva per la lettura della Regola e per discutere la gestione del monastero.

Nota. La Regola, nello specifico, è il codice di norme scritto da Benedetto da Norcia nel VI secolo per organizzare la vita dei monaci, che disciplinava ogni aspetto della giornata monastica, sotto l’autorità assoluta dell’Abate.

L’elemento più affascinante è l’ingresso monumentale, un portale affiancato da due trifore con vetrate, per permettere ai conversi, che non avevano diritto di voto, di assistere e ascoltare quanto veniva discusso all’interno.

Nella parete del refettorio troviamo i resti di un affresco dell’Ultima Cena, attribuito al pittore del Quattrocento Giorgio Turcotto, databile alla seconda metà del XV secolo, che offre uno spaccato della vita materiale del tempo.

Infatti sulla tavola imbandita compaiono dettagli come i gamberi di fiume, cibo tipico dei giorni di magro, pagnotte e bicchieri di vetro colmi di vino rosso, rendendo l’episodio sacro anche una testimonianza etnografica dell’antica vita monastica.

Simbolismo cromatico e tesori d’arte nella chiesa

Infine il campanile, uno degli elementi che racconta l’evoluzione dell’abbazia di Staffarda.

Infatti, la primitiva Regola cistercense permetteva solo modeste costruzioni lignee per le campane, vietando di erigere torri in pietra considerate segno di superbia e ostentazione.

Staffarda infranse questo divieto, poiché tra il XIII e il XIV secolo (circa 1250) i monaci eressero un imponente campanile in muratura, indicando come l’abbazia si stesse assimilando ai modelli delle cattedrali cittadine, allontanandosi dal rigore delle origini.

La pianta basilicale a tre navate è scandita da colonne e ciò che colpisce è l’elegante alternanza ritmica tra il rosso acceso del mattone e il bianco grigio della pietra arenaria.

architettura interna alla chiesa con visuale sulla navata sinistra.

Secondo diversi storici questa scelta risponde a una precisa logica simbolica: evidenziare le linee di forza che sostengono l’edificio e rappresentare la luce divina che mette ordine nella materia.

Le volte non sono decorate con santi o scene bibliche elaborate, che secondo i cistercensi potevano distrarre i monaci dalla preghiera, bensì con stelle rosse stilizzate su fondo chiaro, che dirigono la mente verso l’astrazione del cosmo divino.

L’atmosfera mistica dell’abbazia di Staffarda è amplificata anche dall’acustica.

Infatti, recenti studi hanno confermato l’uso di vasi acustici (recipienti in terracotta inseriti nelle murature), una tecnica medievale che funge da cassa di risonanza, rendendo la chiesa uno luogo perfetto per il canto gregoriano.

L’area del presbiterio ospita l’opera di maggior pregio dell’abbazia di Staffarda, il polittico datato 1531-1533, opera del pittore cuneese Pascale Oddone (XVI secolo – 1546) e commissionato dall’abate Giovanni Ludovico di Saluzzo.

Il polittico è strutturato come uno scrigno a sportelli mobili.

A sportelli chiusi le ante mostrano i santi patroni dell’ordine, ovvero San Bernardo e San Benedetto, e l’Annunziazione, mentre a sportelli aperti l’opera esplode in una tridimensionalità spettacolare, con nicchie che ospitano gruppi scultorei in legno dorato e policromo.

primo piano del polittico dell'abbazia di Staffarda, con ante aperte e dipinti.

Le scene narrano la Vita della Vergine e l’Infanzia di Cristo, mentre la base dell’altare (predella) è arricchita da otto ovali dipinti che raccontano ulteriori episodi evangelici.

Nella navata destra troviamo il gruppo ligneo della Crocifissione, composto dal Cristo in croce, la Vergine Addolorata e San Giovanni Evangelista; risale al primo Cinquecento ed è attribuito a una maestranza di scuola tedesca o nordica.

Poi un affresco del XVII secolo che documenta la visita di San Francesco di Sales all’abbazia di Staffarda, ritraendo i monaci seduti nell’antico coro ligneo, oggi non più presente.

Infine un enigmatico disegno geometrico noto come Rosa di Staffarda; le interpretazioni spaziano dal simbolo esoterico dei costruttori medievali a uno schema di proporzioni musicali o astronomiche, fino alla stilizzazione della Rosa Mystica mariana.

Il Codice di Staffarda e l’orientamento solare dell’abbazia

Della ricchissima biblioteca dell’abbazia, devastata dai francesi nel 1690, rimane un documento eccezionale: il Codice di Staffarda, un manoscritto musicale di fine XV secolo, oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Torino, che contiene ben 49 composizioni polifoniche.

Tra le note emergono grandi compositori come il francese Antoine Brumel ed i fiamminghi Heinrich Isaac e il misterioso Engarandus Juvenis, il cui nome compare unicamente in questo codice.

La presenza di brani profani suggerisce che il manoscritto non fosse destinato solo alla liturgia monastica, bensì provenisse probabilmente dalla raffinata corte dei marchesi di Saluzzo.

L’architettura cistercense non lascia nulla al caso, nemmeno la luce; infatti la chiesa è orientata con una precisione astronomica intenzionale.

L’asse è calcolato in modo tale che i raggi solari colpiscano punti specifici in momenti precisi della giornata: al mattino presto la luce illumina l’altare, a mezzogiorno le parti del campanile e al tramonto inonda il portale maggiore.

Forse questa era una delle funzioni della chiesa dell’abbazia di Staffarda, un monumentale orologio solare che scandisce il tempo di Dio attraverso la pietra.

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