Oleggio, famoso per il suo caratteristico carnevale è un comune di circa 14.000 abitanti nella provincia di Novara e, nonostante le piccole dimensioni è ricco di storia, arte e cultura.
Nei secoli Oleggio fu soggetto a feudi e dominazioni, seguì le sorti del Ducato di Milano per poi confluire nel Regno di Sardegna, restandovi fino all’Unità d’Italia, esclusa la breve parentesi napoleonica di inizio Ottocento.
Fin dalla sua nascita, il borgo ottenne progressivamente una relativa autonomia da Novara, sviluppando una forte vocazione sia agricola che commerciale, divenendo ben presto uno dei maggiori centri del novarese.

Il territorio, coinvolto in numerose dispute per il controllo dell’Italia settentrionale, fu soggetto a diverse dominazioni, come quella spagnola, spesso caratterizzata da repressione e povertà.
Nonostante ciò, Oleggio sviluppò un’eccellente economia grazie al porto sul Ticino e allo storico mercato del lunedì, all’epoca uno dei più fiorenti nel campo del bestiame.
Tale crescita è riconducibile anche alla forte tenuta della comunità che, pur possedendo ampi beni, difficilmente li cedette a terzi, potendo così adottare strutture amministrative e politiche efficienti.
Indice:
- Storia e Origini di Oleggio nel Novarese
- Sviluppo Economico e il Mercato Tradizionale
- Cosa Visitare a Oleggio: Arte, Chiese e Monumenti
Storia e origini di Oleggio nel Novarese
L’origine del nome è soggetta a diverse teorie; secondo alcuni deriverebbe da V Legio, in latino Quinta Legione, poi nel dialetto locale sarebbe diventato Velgio e poi Oleggio, mentre secondo altri da ulivetum, poiché all’epoca il territorio era ricco di ulivi.
Invece secondo lo storico e archeologo novarese dell’Ottocento Antonio Rusconi, Oleggio deriverebbe da Olesin, che significa collina sul Ticino, ovvero ol = collina ed esin = il fiume.
Il nome fu talvolta indicato anche come Sacrulfo, secondo alcuni perché in epoca longobarda Oleggio fu sede di uno scario, ovvero funzionario reale; secondo altri deriverebbe da un nome proprio longobardo.
Diversi ritrovamenti, specialmente nella zona di Pombia e della frazione Loreto evidenziano presenze di antiche tribù liguri e celtiche; alcuni reperti sono conservati presso il Museo civico archeologico etnografico Carlo Giacomo Fanchini.

È probabile che la vocazione commerciale di Oleggio nacque durante la dominazione romana, poiché il borgo era in prossimità della via Novaria-Comum, l’antica strada romana che collegava Novara e Como.
Terminato il periodo romano, il borgo seguì le sorti dell’Italia settentrionale, che vide prima la presenza longobarda e poi quella franca.
Oleggio compare per la prima volta in un documento del 973, inerente all’antichissima chiesa di san Michele; poi una bolla papale del 1133 attesta il borgo come pieve della diocesi di Novara.
Invece il castello fu citato per la prima volta in un documento dell’aprile 982, periodo risalente alle razzie di magiari e saraceni in Italia settentrionale.
Il Medioevo: dominazioni e il legame con Novara
Oleggio visse diverse dominazioni tra cui Sacro Romano Impero, conti di Pombia e contea di Biandrate; poi con la sconfitta dell’imperatore Federico Barbarossa da parte della Lega Lombarda, la cittadina passò al comune di Novara.
Gli statuti novaresi del 1272 indicarono Oleggio come borgo già dotato di mura, poi nel 1301 venne occupato per conto dei Visconti, poi nel 1354 Galeazzo II riorganizzò il territorio in quattro squadre ed il l’oleggese fu parte di quella del Ticino.

Poco dopo i Visconti fecero abbattere le fortificazioni, per fare terra bruciata all’arrivo imminente della temuta Compagnia Bianca, formata in prevalenza da mercenari stranieri.
Infatti la compagnia, dopo aver devastato parte della Francia, comparve in Italia nel 1362, assoldata dal marchese del Monferrato Giovanni II nelle continue guerre contro Savoia e Visconti.
Dopo aver saccheggiato diverse località, nel 1363 la legione si scontrò contro la Grande Compagnia assoldata da Novara, anch’essa formata in prevalenza da mercenari stranieri.
La Leggenda del Pirin e il Carnevale di Oleggio
In tale periodo ha origine la leggenda legata al tapín (al plurale tapít), biscotto tipico di Oleggio consumato nel periodo di carnevale, e riconducibile alla maschera oleggese del Pirin.
La leggenda narra che il duca Barnabò Visconti, fratello di Galeazzo II, scelse Oleggio come residenza preferita, poiché si prestava per esercitare la sua passione della caccia.

All’interno delle mura cittadine, precisamente nell’area ancora oggi chiamata Motto dei cani, Barnabò fece alloggiare circa 5.000 dei suoi amatissimi cani da caccia.
Dato che lo spazio era insufficiente a contenerli tutti, il Visconti affidò parte dei suoi cani ai sudditi oleggesi, costretti a provvedere alle loro cure e al loro sostentamento.
Se durante le sue visite periodiche, Barnabò avesse trovato cani troppo magri, grassi, o peggio, in cattiva salute, allora ai malcapitati poteva toccare la confisca dei beni o persino la prigione.
Stanco dei soprusi, il coraggioso contadino Pirin, originario della frazione San Donato, decise di avvelenare Barnabò Visconti offrendogli i tradizionali dolci Tapìt, preparati da sua moglie Majn, sapendo che il duca ne era ghiotto.

Durante una delle visite del Barnabò, a cui i sudditi offrivano prodotti della terra, il Pirin offrì al duca i suoi dolci avvelenati, ma questi, insospettito da tanta generosità, ne diede alcuni ai suoi cani, che caddero a terra morti.
Una volta scoperto, il povero contadino venne imprigionato e condannato all’impiccagione.
Tuttavia durante la sua incarcerazione scoppiò la guerra contro il marchesato del Monferrato ed i Visconti, per fare terra bruciata alla Compagnia Bianca, distrussero fortificazioni e castello.
Infatti fu in quell’occasione che, nel 1361, sfruttando il caos dei preparativi di guerra, il contadino Pirin riuscì a sottrarsi alle grinfie dello spietato Barnabò.
Dal Rinascimento ai Savoia: la storia di Oleggio e le dominazioni
Arriviamo al 1402, quando Oleggio divenne feudo di Francesco Barbavara, primo camerario di Gian Galeazzo Visconti e membro del consiglio di reggenza del ducato milanese.
Nel 1447, con la nascita della Repubblica Ambrosiana, conseguente alla morte di Filippo Maria Visconti, Oleggio ottenne la separazione giurisdizionale da Novara, privilegio poi confermato nel 1455 da Francesco Sforza che, con la pace di Lodi dell’aprile 1454, fu riconosciuto duca di Milano.

Dal 1456 al 1477 Oleggio divenne feudo del conte Giovanni Attendolo Bolognino, poi la sua famiglia vi mantenne un discreto potere fino al 1797, poco prima dell’occupazione napoleonica.
In seguito Oleggio seguì le sorti del novarese, subendo per secoli diverse dominazioni; infatti per comprenderne la storia occorre seguire quella del ducato milanese.
Nel 1499 Luigi XII di Francia invase il Ducato di Milano e, durante l’assedio di Novara dell’aprile 1500, catturò Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, imprigionandolo nel castello francese di Loches.
Poi nel 1512 l’esercito svizzero cacciò i francesi dalla Lombardia, ponendo al trono milanese Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico il Moro; tuttavia gli scontri non cessarono.
Infatti nel 1513 i mercenari svizzeri si accamparono a Oleggio, per poi combattere i francesi nella battaglia di Novara del 6 giugno, nota anche come battaglia dell’Ariotta.
Arriviamo al settembre 1515, quando nella battaglia di Marignano (MI) il francese Franceso I sconfisse gli svizzeri e, dopo aver deposto Massimiliano Sforza, prese possesso del milanese, poi confermato dal trattato di Noyon (Francia) del 13 agosto 1516.
Le ostilità ripresero nel 1521, quando l’imperatore Carlo V d’Asburgo mise sul trono milanese Francesco II Sforza, fratello di Massimiliano, poi sconfisse i francesi nella battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525.

Nel 1535, la morte senza eredi di Francesco II Sforza riaprì la successione al trono milanese, reclamato sia da Francesco I di Francia che da Carlo V, quest’ultimo come feudo imperiale conseguente all’estinzione sforzesca.
Infine Carlo V pose al trono di Milano Filippo II di Spagna, con diploma imperiale firmato a Bruxelles l’11 ottobre 1540, poi riconosciuto anche da Enrico II di Francia con la Pace di Cateau-Cambrésis dell’aprile 1559.
Così, anche per Oleggio iniziò un periodo difficile, poiché la lunga dominazione spagnola, spesso vessatoria e repressiva, fu caratterizzata da guerre, crisi economica e povertà.
Il territorio fu coinvolto anche nella sanguinosa guerra di successione di Mantova e del Monferrato (1628 – 1631), poiché attraversato da diverse soldatesche che, oltre a saccheggi e distruzione, diffusero la peste.
Poi intorno al 1647, per finanziare le campagne militari di Filippo IV di Spagna, oltre alla pesantissima pressione fiscale, diverse terre furono messe all’asta e concesse in feudo al miglior offerente.
Gli abitanti potevano riscattare le terre infeudate pagando 40 lire per fuoco che, dal medioevo fino ai primi anni dell’Ottocento, indicava la singola unità familiare soggetta a fiscalità.

Infatti a metà Seicento, indebitamento e pressione fiscale furono tali che Oleggio dovette chiedere una moratoria, dato che diversi creditori misero in atto esecuzioni personali verso chi non riusciva a pagare i debiti.
Terminata la guerra di successione spagnola, teatro del celebre assedio di Torino del 1706, i successivi trattati Utrecht (1713) e Rastatt (1714) ridimensionarono le ambizioni spagnole in Italia, mentre il Piemonte acquisì il Monferrato.
Poi con il trattato di Vienna del 18 novembre 1738, il novarese, Tortona ed i feudi delle Langhe andarono ai Savoia rimanendovi fino all’Unità d’Italia, a parte la breve parentesi napoleonica.
Sviluppo Economico e il Mercato Tradizionale
Nel Settecento Oleggio crebbe sia a livello economico che demografico, consolidando la sua vocazione commerciale grazie al porto permanente sul Ticino ed allo storico mercato del lunedì, all’epoca famoso per il bestiame.
Infatti le pianure di Oleggio funsero sia da pascolo che da parcheggio del bestiame, in attesa di trasportarlo o venderlo al mercato del lunedì, i cui primi documenti del 1447 ne attestano una più antica esistenza.
Secondo le descrizioni della seconda metà del Settecento, il mercato del bestiame di Oleggio era talmente grande, da impedire quasi agli abitanti di uscire di casa il lunedì.
Inoltre, sempre secondo le descrizioni dell’epoca, contrade, portici e piazze erano così sature di bestiame da rendere impossibile l’attività di osti e bottegai, che più volte ne chiesero lo spostamento in aperta campagna.

Con l’arrivo dei napoleonici, Oleggio assorbì i comuni Marano Ticino e Mezzomerico confluendo nel Dipartimento dell’Agogna, poi annesso alla Repubblica Cisalpina il 7 settembre 1800, dopo la celebre battaglia di Marengo del 14 giugno.
Terminata l’occupazione napoleonica, la conseguente Restaurazione restituì Oleggio ai Savoia, mentre Marano Ticino e Mezzomerico tornarono comuni autonomi.
Nel 1858 fu inaugurata la ferrovia che collegava Novara con Arona, e in seguito con la Svizzera, permettendo a Oleggio di amplificare il proprio ruolo commerciale.
Poi con l’Unità d’Italia la cittadina seguì le sorti del novarese, vivendo in pieno le due guerre mondiali e vedendo molti dei suoi giovani partire per il fronte.
Nel dopoguerra Oleggio visse in pieno il boom economico e, nonostante la forte crescita industriale, mantenne saggiamente le sue tradizioni agricole e commerciali.
Oggi Oleggio è uno dei comuni più conosciuti e apprezzati del novarese e, come tutto il Piemonte, vive un forte incremento del turismo, grazie al suo patrimonio storico, artistico, culturale e naturale.
Cosa Visitare a Oleggio: Arte, Chiese e Monumenti
Palazzo Bellini, in stile neoclassico, si trova nella centralissima piazza Martiri della Libertà; è frutto della ristrutturazione di fine Seicento dell’architetto svizzero Stefano Ignazio Melchioni ed è sede di eventi e mostre.
Le sale del primo piano conservano decorazioni ed affreschi con episodi della mitologia classica, come la sala d’onore, detta anche del Ratto di Deianira, e quella di Enea e Didone.
In Piazza Martiri della Libertà troviamo anche il campanile alto ben 45 metri, uno dei simboli di Oleggio, conosciuto anche come Torre dei Bagliotti, poiché in epoca viscontea era parte dell’omonimo castello.
Il campanile venne eretto come torre civica a partire dal XII secolo, al posto di un torrione di epoca romana; poi fu rimaneggiato per scopi difensivi, mentre le prime attestazioni delle campane risalgono probabilmente alla seconda metà del Quattrocento.

La chiesa dei santi Pietro e Paolo, patroni di Oleggio, fu eretta dal 1853 al 1858 sul precedente edificio del XV secolo dall’architetto novarese Alessandro Antonelli, autore sia della Mole Antonelliana di Torino che della Basilica di San Gaudenzio di Novara.
L’ingresso presenta quattro maestose colonne con capitelli corinzi, mentre l’interno, oltre alla cupola riccamente decorata, conserva diversi affreschi ed opere d’arte.
Di particolare pregio sono la tela che rappresenta l’Immacolata Concezione, del pittore varesino Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, e quella del pavese Bernardino Lanino raffigurante la Madonna con il Bambino.

L’antichissima chiesa di San Michele, citata già nel 973 (prima menzione storica di Oleggio), nel 1347 fu attestata come parrocchiale, poi abbandonata nel Cinquecento per quella dei santi Pietro e Paolo.
La chiesa, all’interno del cimitero comunale di Oleggio, conserva affreschi databili intorno alla metà dell’XI secolo, oltre a diverse opere d’arte come la Crocifissione del Cinquecento, sopra l’altare maggiore.
Poi altri dipinti sui pilastri risalenti tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, opere della bottega novarese di Tommaso Cagnola e del polacco, ma oleggese di adozione, Johannes Maria del Rumo.
Il santuario della Beata Vergine Assunta di Loreto, nell’omonima frazione, secondo la relazione del vescovo di Novara, il milanese Ferdinando Taverna (dal 1615 al 1619) fu eretto tra il 1611 e 1618.

In realtà si suppone che il santuario risalga già a fine Cinquecento, in concomitanza con la realizzazione della chiesa di Santa Maria di Loreto ad Arona.
La decorazione pittorica risale all’Ottocento, come il completamento della facciata con le sculture del varesino Giuseppe Argenti, mentre all’interno possiamo ammirare diverse opere d’arte.
Poi la chiesa di Santa Maria Annunciata del 1660, anch’essa conserva diverse opere come la tela seicentesca che raffigura l’Annunciazione a Maria del pittore milanese Carlo Francesco Nuvolone.

Oleggio è anche sede di diversi oratori, come quelli di Santa Maria in Galnago, Santa Maria in Gaggiolo, San Donato e San Cristoforo, decorati con affreschi risalenti ai secoli XV e XVI.
Porta Mazzeri fu eretta nel XIV secolo insieme alla cinta muraria; fungeva sia da ingresso Est del borgo che uscita di emergenza in caso di attacco o assedio, e presenta la caratteristica salita a gradoni in ciottoli.
La porta conserva ancora tracce della sua antica funzione, come la feritoia per la chiusura con grata di ferro e la postierla, piccola porta che dava accesso ai camminamenti per le guardie di ronda.

Il nome deriva da Palazzo dei Mazzeri, potente famiglia oleggese che all’epoca deteneva il controllo dei permessi per la cerca dell’oro nel Ticino.
Il Ponte di Ferro e il Parco Valle Ticino
Il famoso ponte di Ferro sul Ticino, lungo 187,5 metri, fu realizzato tra il 1887 e 1889, collega i comuni di Oleggio (NO) e Lonate Pozzolo (VA), infatti fa da confine simbolico tra Piemonte e Lombardia.
L’idea di realizzare un ponte, con l’obiettivo di sostituire gli scomodi traghetti e ponti di barche, risale già a inizio Ottocento, tuttavia si concretizzò solo con il primo progetto del 1886, che prevedeva transito sia su strada che ferrovia.

Infine, anche se si optò per il solo tratto automobilistico, i piloni furono eretti in previsione di un possibile traffico ferroviario, sulla parte superiore del ponte, con un costo totale di 74.769,56 lire.
La definitiva visita di collaudo avvenne il 18 novembre 1890 e, ad oggi, il ponte di Oleggio è l’unico esempio sopravvissuto in Italia di struttura a graticcio, simile a quella dei ponti in legno statunitensi.
Dal ponte di ferro parte uno dei sentieri che conduce nel cuore del Parco Valle Ticino; è un’area protetta del novarese che comprende diversi comuni, tra cui Oleggio.
L’area si estende su una superficie di oltre 6.500 ettari, è costituita da differenti ecosistemi e la fauna, estremamente variegata, comprende anche scoiattoli, conigli, volpi, lepri, rospo dell’aglio, trote, cavedani e lucci.

Nel Parco Valle Ticino si trova lo storico Mulino Vecchio, nel vicino comune di Bellinzago Novarese, risalente a tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.
I Musei di Oleggio: archeologia e storia contadina
Il Museo civico archeologico etnografico Carlo Giacomo Fanchini, nato ufficialmente nell’ottobre 1974, ospita una ricca collezione di oggetti della vecchia Oleggio, databili dall’Ottocento fino agli anni ’60.
Inoltre è possibile ammirare ricostruzioni di ambienti dell’epoca come cucina contadina, salotto borghese, camere da letto, ambienti inerenti attività artigianali e di bottega, oltre ad una ricca collezione di abbigliamento.
La sezione archeologica ospita reperti rinvenuti nella vicina Pombia e riconducibili alla cultura di Golasecca, risalente alla prima età del ferro, come urne funerarie, corredi, fibbie e bicchieri rituali per la birra.
Invece i reperti della necropoli oleggese di Loreto, databili tra il II secolo a. C. e il IV secolo d. C. oltre a ricondurre alla popolazione celtica dei Vertamocori, testimoniano la progressiva romanizzazione del territorio..
Il Museo d’Arte Padre Augusto Mozzetti si trova nella chiesa dei santi Pietro e Paolo di Oleggio; raccoglie reperti databili tra il XIV e XX secolo provenienti da chiese, confraternite e oratori del paese.

Nel museo, fondato nel 1970 per volontà di padre Augusto Mozzetti, possiamo ammirare dipinti, sculture, arredi e paramenti liturgici, manifattura artigianale, tessile, lignea, di oreficeria ed un’ampia collezione di tavolette ex-voto.
Tra le opere più interessanti troviamo l’affresco trecentesco della Madonna con il Bambino, proveniente dalla chiesa di Santa Maria Annunciata di Oleggio, e la tela della Madonna delle Rose, databile tra fine XV e inizio XVI secolo e attribuita al pittore bergamasco Bernardo Zenale.
Infine la sezione che conserva i volumi appartenenti all’archivio storico delle Confraternite e alla biblioteca dei parroci, i più antichi risalgono al Cinquecento.
