Alba è considerata la capitale delle Langhe, l’incantevole territorio tra le province di Cuneo ed Asti che, dal 2014 insieme a Roero e Monferrato è parte della lista dei beni del Patrimonio dell’Umanità.
Alba, conosciuta anche come la città delle cento torri è famosa sia per i suoi vini pregiati che per la Fiera Internazionale del Tartufo, che ogni anno attira appassionati e turisti da tutto il mondo.
Storia di Alba
Il toponimo di Alba, di origine celto-ligure significherebbe città bianca e, secondo i ritrovamenti archeologici il territorio fu abitato fin dal neolitico.
Dal IV secolo a. C. si registra un villaggio probabilmente riconducibile agli Statielli, antica popolazione Ligure stanziata tra le attuali province di Alessandria, Savona e Cuneo e la cui capitale era Carystum, l’attuale Acqui Terme.

La città, romanizzata intorno al I secolo a. C. dal console Gneo Pompeo Strabone fu battezzata Alba Pompeia e inserita nella Regio IX Liguria, una delle divisioni regionali con cui l’imperatore Augusto ripartì l’Italia.
La città fu poi attribuita alla gens Camilla, un’antica famiglia patrizia che, secondo lo storico Tito Livio risaliva alla fondazione di Roma, godendo di propria amministrazione e magistratura.
I romani realizzarono sia acquedotto che rete fognaria, inoltre secondo i testi dello scrittore e governatore romano Gaio Plinio Secondo, all’epoca già si praticavano affinate tecniche di viticoltura.
La diffusione del cristianesimo nell’albese iniziò tra la fine del IV secolo e l’inizio del V, quando gli antichi edifici pagani furono trasformati in chiese cristiane.
Nel 490, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente Alba fu saccheggiata dai Burgundi, una tribù di origine germanica, poi con l’arrivo dei Longobardi del re Rotari il territorio venne diviso in gastaldi.
In ogni gastaldo un funzionario (gastaldato) del re controllava l’operato dei duchi, assumendo sia sovranità giuridica che amministrativa.
Intorno al 640 arrivarono i Carolingi, una stirpe franca che portò diverse migliorie a città e territorio, come mura difensive munite di torrioni e porte di accesso.

All’inizio del X secolo vi furono le incursioni saracene che, partendo dalla Provenza saccheggiarono il basso Piemonte, impoverendo al tal punto Alba che la sua curia fu soppressa e unita con quelle di Savona e Asti.
Nel XII secolo Alba aderì alla Lega Lombarda, un’alleanza militare di diversi comuni dell’Italia settentrionale nata per contrastare le mire espansionistiche dell’imperatore Federico Barbarossa.
A metà del XIII secolo la crescente influenza di Alba aumentò i contrasti con l’acerrima nemica Asti, a cui si aggiunsero le lotte tra famiglie guelfe e ghibelline per il controllo del territorio.
L’antica rivalità tra Alba ed Asti
La rivalità tra Alba ed Asti fu costellata da lotte, guerre, intrighi e cambi di alleanze, qui ne approfondiamo una piccola parte poiché andò avanti per diversi secoli.
Durante la dominazione carolingia sia Alba che Asti furono sede di comitati, ovvero centri di potere che grosso modo, rispecchiavano l’antica organizzazione distrettuale romana.
Entrambe le città ebbero un ruolo primario nella rete di scambi commerciali e, la supremazia di Asti costrinse Alba ad adottare un’attenta diplomazia con regni e marchesati vicini.

Gli equilibri cambiarono intorno al 1140 quando Asti, più popolosa e intraprendente ottenne dall’imperatore Corrado III di Svevia il diritto di battere moneta.
Così il denaro astese iniziò a circolare nel nord ovest, facendo concorrenza a quello di Pavia, poi gli abili banchieri astigiani lo prestarono anche diversi regni sia italiani che europei.
Nonostante la supremazia astigiana Alba non rinunciò alle sue mire espansionistiche, arrivando allo scontro del 1192 che vide gli albesi alleati con i marchesi di Monferrato, Saluzzo e Biandrate perdere contro Asti, Alessandria, Manfredo Busca ed i vescovi di Torino.
Il trattato di pace cercò di creare un legame sinergico tra i due comuni, infatti come podestà di Alba fu nominato l’astigiano Rolando Balbo che, oltre a governare con saggezza ottenne diversi giuramenti dai signori locali.
Poi tra il 1223-24 Alba ed Asti tentarono un vero e proprio esperimento di ingegneria istituzionale denominato coniunctio et unitas, ovvero una reciproca compenetrazione basata su accordi sia militari che commerciali.
In realtà secondo diversi storici, questa serie di accordi fu un tentativo mascherato degli astigiani di estendere i propri domini anche sulle Langhe.
Infatti tra il 1225 e il 1228 la coalizione Alba, Torino e Tortona guerreggiò con quella di Asti, Genova, Monferrato e Chieri, terminando poi con la mediazione del Ducato di Milano.

Nel frattempo le fazioni guelfe e ghibelline del basso Piemonte si strinsero attorno alle due città, mentre nella guerra contro Tommaso II di Savoia, Alba tentò di sostituirsi ad Asti come guida della lega ghibellina.
Nella battaglia di Cortenuova (BG) del 28 Novembre 1237, una delle più sanguinose del XIII secolo, le fore ghibelline dell’imperatore Federico II di Svevia sconfissero quelle guelfe della Lega Lombarda.
L’imperatore, ridefinendo la Lombardia superiore conferì ad Asti un importante ruolo di snodo, riaccendendo così i contrasti con gli albesi, tuttavia qualche anno dopo perse la battaglia di Parma del 18 febbraio 1248 contro la Lega Lombarda.
In questo costante cambio di equilibri nel 1258 Asti assalì Alba, tuttavia senza successo, così l’anno successivo gli albesi, seguendo l’esempio di altri centri del basso Piemonte si alleò con il parigino Carlo I d’Angiò.
Sotto gli angioini Alba divenne nodo strategico per le vie commerciali verso la Francia meridionale, ruolo che faceva gola anche a liguri, piemontesi e lombardi.
Infatti oltre a Genova anche altre città del passo Piemonte voltarono progressivamente le spalle agli Angiò, tra cui Alessandria che, anche se rivale di Asti, Pavia, Vercelli e Novara mal digeriva l’importanza che gli angioini attribuivano ad Alba.
Così nel giro di pochi anni Alba si ritrovò nel bel mezzo di trappola sia diplomatica che territoriale, che l’acerrima nemica Asti non tardò a far scattare.

Nel 1274 Asti guerreggiava da circa 14 anni con re Carlo d’Angiò che, tra gli alleati contava sia Alba che diversi nobili del territorio, tra cui i marchesi di Busca, gli stessi che diedero inizio allo scontro con gli astigiani.
Fallita la diplomazia Asti mobilitò l’esercito comunale, poi con un piccolo aiuto dei chieresi marciò verso Cossano Belbo (CN) per farla finita con i marchesi.
I Busa allertarono gli angioini che, ignorando la tregua con Asti radunarono l’esercito nei pressi di Cossano Belbo, con l’obiettivo di tendere un agguato agli astigiani.
Infatti il 24 marzo 1274 l’esercito astigiano si vide piombare addosso la cavalleria angioina e, anche se nel contesto fu un successo di poco conto, per Asti rappresentò la peggiore sconfitta della sua storia.
La reazione di Asti fu immediata, l’estate dello stesso anno si impadronì di Neive (CN), mentre l’anno successivo saccheggiò il territorio intorno ad Alba e, senza che gli albesi potessero reagire gli astigiani corsero il palio attorno alle mura della città.
Come vediamo in seguito, da questo episodio nacque il caratteristico Palio degli Asini di Alba.
Infine nella battaglia di Roccavione del novembre 1275 Asti ed i suoi alleati, compreso lo schieramento della nobile famiglia astigiana dei Guttuari, sconfissero definitivamente gli angioini.

Le clausole di pace sancirono la superiorità di Asti, poi il divieto per Alba di restaurare o erigere fortificazioni, oltre alla messa al bando di alcune illustri famiglie albesi che sostennero gli angioini.
Così Asti, forte della sua tradizione bancaria e commerciale divenne sempre più influente tanto che, alcune potenti famiglie locali divennero anche banchieri di re e papi.
Alla fine del XIII secolo le dirigenze comunali di Alba ed Asti avevano una forte componente borghese, così la loro antica rivalità da militare divenne soprattutto commerciale, sopravvivendo in forme diverse fino ai giorni nostri.
Il XIV secolo fu caratterizzato da scontri, intrighi e tradimenti sia pro-papali che pro-imperiali, nel 1369 Alba passò al Monferrato, nel Quattrocento andò ai Savoia per poi tornare nuovamente al Monferrato.
Nella prima metà del XVI secolo l’albese fu teatro di scontri tra spagnoli e francesi, con la partecipazione di diversi mercenari che saccheggiarono pesantemente il territorio.
Con la pace di Cateau-Cambrésis del 1559 Alba passò ai Gonzaga, una delle più note famiglie principesche d’Europa, godendo di un periodo di relativa pace e prosperità.
Lo sviluppo economico fu anche conseguenza dell’inurbamento favorito dai duchi di Mantova, i quali offrirono condono dei debiti, concessioni e favori a chi venisse ad abitare ad Alba.

Dopo la morte di Francesco IV Gonzaga, avvenuta il 22 dicembre 1612, Carlo Emanuele di Savoia desideroso di espandere il Piemonte il 23 aprile dell’anno successivo assediò Alba, tuttavia senza conquistarla, impresa che poi gli riuscì il 1° aprile 1628.
Due anni dopo scoppiò la peste bubbonica che flagellò diverse zone dell’Italia settentrionale, comparendo nel cuneese nell’agosto 1630 nei pressi di Bra e mietendo diverse vittime ad Alba e dintorni.
Terminata la peste Vittorio Amedeo I di Savoia eresse Alba a sede provinciale, con i conseguenti privilegi, poi durante la reggenza della moglie Cristina di Francia la città ottenne altre concessioni e agevolazioni.
A inizio Settecento, durante la guerra di successione spagnola Alba dovette sostenere le truppe di passaggio, poi nel settembre 1706 i franco-spagnoli furono sconfitti nel famoso assedio di Torino.
La ripresa economica vide fiorire commerci, mercati, artigianato ed edilizia urbana, come la chiesa dei santi Cosma e Damiano e quella di Santa Maria Maddalena, quest’ultima su progetto dell’architetto torinese Bernardo Antonio Vittone.
Repubblica di Alba e occupazione napoleonica
Con la discesa in Italia di Napoleone Bonaparte, dopo le vittorie di Montenotte, Millesimo, Dego, Ceva e Mondovì, il 26 aprile le prime truppe francesi occuparono Alba.
In città si insediò una municipalità rivoluzionaria guidata dal presbiterio vercellese Giovanni Antonio Ranza e dal proprietario terriero albese Ignazio Bonafous, che proclamarono la Repubblica Giacomina di Alba.

Secondo Ranza e Bonafous la neonata repubblica sarebbe diventata l’avamposto per l’unificazione dell’Italia, diffondendo gli ideali di libertà che all’epoca caratterizzavano la Francia.
Tuttavia già nelle ore successive furono imposte pesanti contribuzioni alle comunità limitrofe come Guarene, Castagnito e Corneliano, mentre Sommariva Perno, Canale e Vezza d’Alba si rifiutarono di obbedire.
Il 28 aprile, con l’armistizio di Cherasco Vittorio Amedeo III di Savoia si riprese Alba, la repubblica cessò di esistere dopo appena due giorni, mentre Ignazio Bonafous fu fatto prigioniero.
Tuttavia i Savoia dovettero cedere le fortezze di Alessandria, Tortona, Ceva e Cuneo, oltre a permettere ai francesi di attraversare il Piemonte per continuare la guerra contro l’Austria.
Con la vittoria nella battaglia di Lodi del 10 maggio 1796 Napoleone si aprì la strada verso Milano, poi con il trattato di Parigi del 15 maggio Contea di Nizza e Ducato di Savoia passarono alla Francia.
L’occupazione napoleonica impose ad Alba un contributo di 123.000 lire dell’epoca, una cifra spropositata per la città, tanto che il comune inviò due ambasciatori per discutere il provvedimento, con il risultato che uno di loro venne fucilato.
Spese imposte, profanazione di opere d’arte e leva obbligatoria spinsero molti albesi a unirsi alle formazioni dei Barbets, una sorta di briganti dell’epoca nati per contrastare i soprusi dell’occupazione napoleonica.
Infatti il movimento dei Barbets nacque a Nizza come reazione alle misure impopolari del regime napoleonico, come requisizioni, tentativo di scristianizzazione e arruolamento forzato.
Dopo la sconfitta di Napoleone e la conseguente Restaurazione, Alba tornò ai Savoia vivendo un periodo di relativa tranquillità, prosperità economica e sviluppo urbano.

Poi nella seconda metà dell’Ottocento iniziò ad affermarsi la borghesia, iniziando gradualmente ad occupare le cariche pubbliche dell’epoca.
Nella prima guerra mondiale diversi albesi partiti al fronte, non fecero più ritorno, portando anche alla conseguente crisi economica causata dallo spopolamento di campagne e fabbriche.
Poi nel 1929 ad Alba nacque l’ormai famosa Fiera del Tartufo, su iniziativa dell’imprenditore cuneese Giacomo Morra.
Durante la seconda guerra mondiale l’albese fu teatro di violenti scontri tra nazifascisti e partigiani, oltre a diversi episodi di solidarietà tra cui quello del maresciallo dei carabinieri Carlo Rivera.
Dall’agosto 1942, 26 profughi ebrei provenienti dall’ex Jugoslavia furono internati in soggiorno coatto presso Alba, inclusi donne e bambini.
Poi dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il 2 dicembre dello stesso anno il maresciallo dei carabinieri di Alba Carlo Rivera ricevette l’ordine di arrestare gli ebrei, tuttavia invece di obbedire ne favorì la fuga con l’aiuto della moglie.
Grazie al maresciallo Rivera quasi tutti gli ebrei riuscirono a salvarsi, ad eccezione della famiglia Deutsch-Hirschl che, arrestata il 17 dicembre a Milano fu deportata ad Auschwitz.
Carlo Rivera non fu l’unico carabiniere a salvare gli ebrei dalla deportazione, vi furono diversi casi in tutta Italia, dove diversi militari pagarono il loro sacrificio con la vita.
Repubblica partigiana di Alba
Dal 10 ottobre al 2 novembre 1944 Alba fu proclamata repubblica partigiana, ottenendo poi la Medaglia d’oro al Valor Militare nel 1949 per la sua intensa attività di resistenza.
Le settimane precedenti il 10 ottobre 1944, Alba fu oggetto di continui attacchi partigiani verso posti di blocco e caserme, tanto da convincere le autorità a lasciare la città.

Il 10 ottobre circa 2.000 partigiani, in buona parte della II Divisione delle Langhe occupò Alba senza combattere, poiché i 300 alpini del battaglione Cadore, dopo trattative mediate dalla curia vescovile abbandonarono la città portando via le armi.
I partigiani attrezzarono le officine meccaniche per fabbricare armi, mentre le distillerie produssero alcool in sostituzione agli scarsissimi carburanti.
Il primo attacco partì il 24 ottobre, quando i fascisti con rinforzi giunti da Torino presero posizione a Pollenzo e Bra cercando di guadare il Tanaro, tuttavia senza successo.
Nel contempo da Cuneo giunsero dirigenti partigiani per studiare l’azione di difesa, tra cui Duccio Galimberti, furono minati campi e scavate trincee, oltre al tentativo di far saltare il ponte di Pollenzo.

Tra il 30 e 31 ottobre si cercò di trattare per evitare ulteriori violenze, con la partecipazione del vice federale fascista di Torino Lorenzo Tealdy ed il prefetto di Cuneo Antonio Galardo, tuttavia senza risultati.
La notte del 2 novembre diversi reparti fascisti, tra cui il battaglione Lupo della X Mas attraversarono sia il ponte di Pollenzo che il Tanaro, entrando in città poco dopo l’alba mentre i partigiani ripiegarono sulle colline.
Nel dopoguerra la ripresa economica si basò soprattutto su agricoltura e allevamento, poi nei decenni successivi vi fu un forte sviluppo industriale ed Alba visse una massiccia immigrazione da Meridione e Veneto.
Oggi Alba è una delle zone più ricche d’Italia, con un altissimo livello nel settore agricolo e allevamento, mentre il variegato tessuto imprenditoriale garantisce stabilità sia economica che sociale.
Inoltre è sede della Scuola enologica di Alba, dotata di laboratori chimici e microbiologici, una cantina per la vinificazione delle uve e otto ettari di vigneto.
Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba
La Fiera Internazionale del Tartufo, che attira turisti da tutto il mondo fu lanciata nel 1929 su iniziativa dell’imprenditore cuneese Giacomo Morra, in occasione della Festa Vendemmiale che si teneva ogni autunno.
Nel 1933 prese il nome di Fiera del Tartufo, poi dopo la seconda guerra mondiale iniziò a promuovere anche aziende e prodotti dell’albese, dando risonanza a prodotti ed economia locale.
Oggi la Fiera del Tartufo è famosa in tutto il mondo e, oltre a promuovere prodotti del territorio, tra cui vini e tartufi include diversi eventi e spettacoli in vari punti della città.
Palio degli Asini
Il Palio degli Asini di Alba si tiene solitamente la prima domenica di ottobre, nella centralissima piazza Risorgimento, dove i borghi della città si sfidano per la conquista del drappo.
Il sabato prima si tiene la rievocazione storica con centinaia di figuranti, proponendo episodi storici e leggendari che hanno segnato la vita di Alba nel medioevo.

foto di Giorgio Montersino – CC BY-SA 2.0
Durante la rievocazione avviene anche l’investitura del Podestà, la carica civile più alta nei comuni dell’Italia centro settentrionale durante il basso medioevo.
Il Palio degli Asini di Alba è un misto tra storia e leggenda, tuttavia la componente storica si basa su fatti realmente accaduti.
Nel 1275 l’acerrima nemica Asti, dopo aver messo a ferro e fuoco l’antica abbazia di San Frontiniano, a sud della città, per manifestare la propria supremazia corse il palio attorno alle mura di Alba.
Secondo a leggenda gli albesi, per deridere gli astigiani che, oltre a sconfiggere la piccola comunità di frati non riuscirono a scalfire la città, per ordine del podestà corsero un palio con gli asini.
Poi nel 1932 nacque il Palio degli asini, sia per rievocazione storica che divertimento, così come arena fu designata piazza San Giovanni mentre la città venne divisa in sei borghi, ognuno con un capomastro.
Dopo l’interruzione a causa delle seconda guerra mondiale, nel 1951 il deputato albese Osvaldo Cagnasso riprese il palio con il nome di Giostra delle Cento Torri, permettendo la partecipazione anche di alcuni comuni limitrofi.
Nel 1967 fu deciso di correre il Palio durante la Fiera del Tartufo aggiungendo la rievocazione storica, poi nel corso degli anni la manifestazione si è arricchita di spettacoli e premi.
Oggi oltre alla corsa, ogni borgo presenta una rievocazione che ricorda un evento storico o leggendario sulla città di Alba, poi una giuria valuta la prestazione migliore.

Palio degli Asini di Giorgio Montersino – CC BY-SA 2.0
Infatti i protagonisti del Palio di Alba non sono solo asini e fantini, bensì anche le centinaia di persone che sfilano nel centro cittadino, oltre a artigiani, registi, storici, sarti, costumisti e truccatrici.
Il Palio degli Asini di Alba è una delle manifestazioni più caratteristiche del Piemonte, poiché con divertimento e autoironia offre un viaggio nelle radici medievali della città.
Cosa visitare ad Alba
Come vediamo a breve Alba, nonostante le sue piccole dimensioni è ricchissima di storia, arte e cultura.
La chiesa di San Giovanni Battista sorge presso il terrapieno che dava accesso al ponte levatoio del castellaccio, l’attuale casa Marro, è uno degli edifici più antichi della città ed è ricco di opere d’arte.
Nel 1556 chiesa ed edifici circostanti furono concessi ai padri Agostiniani che vi rimasero fino all’occupazione napoleonica, quando furono soppressi gli ordini religiosi.
L’elegante Duomo di Alba, ovvero la Cattedrale di San Lorenzo fu realizzata in stile gotico e romanico a partire dal Quattrocento, poi rimaneggiata nel corso dei secoli.

Il Duomo di Alba, ricchissimo di decorazioni ed opere d’arte è considerato uno dei monumenti religiosi più belli del Piemonte.
Poi la chiesa di Santa Caterina, realizzata agli inizi del XVIII secolo su commissione di Monsignor Giuseppe Roero come parte dell’omonimo monastero domenicano, ricca di decorazioni e opere d’arte.
La chiesa di Santa Maria Maddalena fu realizzata su un precedente edificio del Quattrocento su progetto dell’architetto torinese Bernardo Antonio Vittone, poi completata nel 1749.
La decorazione della volta, opera del pittore torinese Michele Antonio Milocco tra il 1747 e il 1750 è incentrata sull’esaltazione della beata Margherita di Savoia (1390-1464), della dinastia sabauda e dell’ordine domenicano.
La chiesa di San Domenico, secondo i documenti di donazione del terreno fu fondata il 22 novembre 1292, tuttavia per motivi finanziari venne completata solo nel 1474, poi fu oggetto di profonde ristrutturazioni tra la seconda metà del Seicento e inizio Settecento.
Gli scavi del 1996-98 hanno riportato alla luce i resti di una domus, ovvero un tipo di abitazione dell’antica Roma, oltre a un ciclo di affreschi del XIV secolo.

La chiesa dei Santi Damiano e Cosma risalirebbe alla prima metà del XV secolo, poiché non si conosce l’esatta data di edificazione, è ricca di decorazioni come l’affresco raffigurante i santi che guariscono miracolosamente dei malati, opera del pittore torinese Luigi Morgari.
Infine la chiesa di San Giuseppe, eretta tra il 1643 e 1653 per volere della Confraternita dei Pellegrini, i pregevoli affreschi della volta risalgono al 1720-21 per opera del pittore svizzero Vittore de Nicola.
Musei
Il Museo Civico Archeologico e di Scienze Naturali Federico Eusebio nacque nel 1897 su iniziativa dell’omonimo archeologo albese, ed è dedicato al patrimonio storico e naturale del territorio.
Il MUDET, Museo del Tartufo di Alba racconta gli aspetti naturalistici, culturali e storici del tartufo che ha conquistato il mondo, attraverso oggetti, illustrazioni e dispostivi multimediali.
Poi il Museo Diocesano di Alba, un affasciante viaggio nel tempo che illustra sia le trasformazioni della città nei secoli che gli antichi reperti archeologici scoperti sotto la Cattedrale di San Lorenzo.
Edifici storici
Alba è anche conosciuta come la città delle cento torri, realizzate tra il XIV e XV secolo dalle famiglie nobili locali, sia come simbolo di potenza che per funzione di avvistamento e segnalazione.
Gran parte delle torri furono abbattute o abbassate a livello dei tetti, mentre quelle rimanenti sovrastanti piazza Duomo sono ben visibili appena ci si avvicina alla città.
Il Palazzo del Comune, in piazza Risorgimento fu realizzato su preesistenti edifici romani e conserva alcuni affreschi provenienti dalla chiesa di San Domenico, tra cui un’Adorazione dei Magi.

Il salone ospita alcuni dipinti come la Madonna e Bambino tra San Giuseppe e Sant’Anna, attribuita al pittore calabrese Mattia Preti, e la Vergine col Bambino dell’albese Gian Giacomo de Alladio.
L’archivio di Palazzo Comunale conserva il libro della catena, un pesante tomo in cuoio borchiato le cui pergamene ripotano le norme che, nel Quattrocento governavano il Comune di Alba.
Il libro era consultabile dai cittadini e, per evitare che venisse rubato era legato con una robusta catena di ferro, la stessa che ancora oggi pende dalla sua solida rilegatura.
Infine Casa Marro realizzata tra il XIII e XVI secolo, soprannominata dagli albesi come castellaccio è una delle poche residenze medievali rimaste ad Alba.
