La storia del Duomo di Mondovì è una sintesi di potere, scontri e rinascite che, insieme alla vicina Torre Civica, definisce l’iconico profilo della “città alta”.
Situata sul rione di Piazza, la Cattedrale di San Donato è lo specchio della comunità: un monumento capace di risorgere da distruzioni militari e politiche, riaffermando la propria identità contro ogni tentativo di cancellarla.
Indice.
- Le origini della Diocesi e Papa Urbano VI
- La prima Cattedrale di San Donato: ascesa e distruzione
- Francesco Gallo e la rinascita del Duomo di Mondovì
- Architettura e tesori artistici della Cattedrale di San Donato
Le origini della Diocesi e Papa Urbano VI
La storia del duomo monregalese inizia con una precisa manovra geopolitica per ottenere l’autonomia del territorio.

L’8 giugno 1388, Papa Urbano VI (1318 circa – 1389) firmò la bolla Salvator Noster, elevando il Monte Regale a città vescovile.
Questo rispondeva alla necessità di svincolarsi dal controllo della potente Diocesi di Asti, che fino ad allora dominava l’area.
Per la chiesa astigiana, questo rappresentò uno “strappo” territoriale che ne ridusse drasticamente l’influenza, per i monregalesi, invece, segnò l’ascesa a centro di potere sovrano, dotato di una guida spirituale e civile autonoma.
Con la nascita della diocesi, il Vescovo divenne il perno della vita cittadina; un rango che esigeva un monumento di pari dignità.
Poi il Capitolo dei Canonici, istituito in quegli anni, divenne il motore economico e culturale di grandi opere artistiche, le stesse che hanno trasformato il Duomo di Mondovì nel gioiello che ammiriamo oggi.
Nota: Il Capitolo dei Canonici è un collegio di sacerdoti (i canonici) incaricato di celebrare le funzioni liturgiche più solenni in una cattedrale. Storicamente, non solo affiancava il Vescovo nel governo della diocesi, ma gestiva anche l’amministrazione della “fabbrica”, ovvero fondi e cantieri destinati alla costruzione e all’abbellimento della chiesa.
La prima Cattedrale di San Donato: ascesa e distruzione
La sua storia inizia con una profonda ferita identitaria: la distruzione della prima cattedrale.

Il monumento originario dominava il colle di Piazza (dove oggi sorgono i bastioni della fortezza sabauda); fu voluto dal vescovo Amedeo di Romagnano e consacrato nel 1514 dal suo successore Lorenzo Fieschi come un capolavoro del Rinascimento.
Tuttavia, la riorganizzazione militare voluta da Emanuele Filiberto di Savoia, detto “Testa di Ferro”, stravolse il destino del colle, poiché il Duca decise di costruirvi una cittadella fortificata per controllare la città e difendere i confini meridionali.
Così, tra il 1571 e il 1574, la prima Cattedrale di Mondovì venne rasa al suolo insieme al Palazzo Vescovile, privando la comunità del proprio centro religioso.
Per i successivi 170 anni, la cattedra vescovile fu ospitata “provvisoriamente” nella chiesa gotica di San Francesco (XIII secolo).
Questo esilio forzato, seppur espresse figure come il futuro Papa San Pio V (Antonio Ghislieri), costrinse l’identità spirituale monregalese in uno spazio scarso e frammentato.
Francesco Gallo e la rinascita del Duomo di Mondovì

Verso la metà del XVIII secolo, l’insufficienza strutturale della chiesa di San Francesco rese necessaria una nuova sede.
Il vescovo Carlo Felice Sammartino, supportato da una città ormai nobile e colta, decise di edificare una nuova Cattedrale di Mondovì, anche per rivaleggiare con le architetture della capitale Torino.
I lavori furono affidati all’architetto locale Francesco Gallo (Mondovì, 1672 – 1750), celebre per la cupola del Santuario di Vicoforte: la posa della prima pietra nel 1743 segnò il riscatto del Monte Regale.
Sulla facciata spiccano oggi le statue di San Donato ed ai lati Fede e Carità.
Architettura e tesori artistici della Cattedrale di San Donato
L’interno colpisce per ordine e bellezza universale: 32 colonne monolitiche, realizzate in marmo grigio di Montecervetto (Frabosa) ne scandiscono lo spazio.

L’apparato decorativo del Duomo di Mondovì è un dialogo tra secoli e maestri.
La navata destra ospita la Cappella del Suffragio, capolavoro rococò dell’architetto torinese Filippo Nicolis di Robilant (1723 – 1783), con il Crocifisso in alabastro (1793) di Giuseppe Giudici e gli affreschi (1783) del cuneese Giovenale Bongiovanni (1746 – 1794).
Poi la pala del veneto Mattia Bortoloni (1696–1750) e le opere monregalese Andrea Vinai (1824 – 1893), che più di ogni altro segnò il rinnovamento ottocentesco della Cattedrale di San Donato.
Nella navata sinistra troviamo il Transito di San Giuseppe del pittore cuneese Sebastiano Taricco (1641 – 1710), l’Ultima Cena di Andrea Vinai e il Miracolo Eucaristico del lombardo Luigi Hartman (1807–1884).
Il presbiterio rappresenta l’eccellenza scenografica del Duomo di Mondovì, con il Martirio di San Donato del pittore torinese Paolo Emilio Morgari (1815–1882).

La cupola centrale ospita la Glorificazione di San Pio V di Luigi Hartman, mentre l’altare maggiore è opera di Francesco Gallo, sormontato dal Crocifisso ligneo di Antonio Roasio (1809–1886).
La Sala Capitolare e la Sacrestia custodiscono il tesoro artistico della Cattedrale di Mondovì, con tele salvate dalle dispersioni come l’Elevazione della Croce del Taricco e l’ancona del Bongiovanni (1783).
Nota: L’Ancona è una grande tavola dipinta o scolpita, spesso racchiusa in una cornice architettonica complessa, posta sopra o dietro l’altare; ha solitamente un impianto monumentale, fungendo da vero e proprio fondale scenografico per l’opera d’arte che ospita.
Cripta: la continuità storica del Duomo di Mondovì

La Cripta conserva il Sepolcreto dei Vescovi e rappresenta il “cordone ombelicale” con il passato.
Dell’antica costruzione sopravvive l’Altare Rinascimentale (1507) di Giovanni Lorenzo Sormani, unico reperto sopravvissuto alla distruzione della vecchia cattedrale, testimone della continuità storica del Duomo di Mondovì.
Infine, l’organo realizzato nel 1822 dai Fratelli Serassi di Bergamo, poi rinnovato nel 1893 dal torinese Carlo Vegezzi-Bossi (1858–1927).
L’imponente bellezza della Cattedrale di Mondovì non è che il riflesso della fierezza monregalese, custode di un’eredità in cui le pietre e le anime vibrano all’unisono da secoli.
In questo abbraccio, Mondovì si specchia nel suo Duomo, sigillando una storia comune che ha saputo trasformare ogni ferita del tempo in un’eterna promessa di gloria.
