Storia di Mondovì e cosa vedere nella Città delle mongolfiere

Mondovì non nasce per concessione feudale, come per altre città d’Italia e del Piemonte, bensì da un atto di ribellione che nel 1198 ha portato alla fondazione del Libero Comune sul Monte Regale.

Questa identità si è cementata nei secoli difendendo i propri privilegi contro l’assolutismo sabaudo e ospitando nel 1472 la stampa del primo libro in Piemonte.

Oggi i rioni di Piazza e Breo, ricuciti dalla funicolare, cristallizzano la storia di Mondovì, una delle più affascinanti del Piemonte; un itinerario unico tra arte, cultura e eleganza barocca.

Indice

  1. Nascita e storia di Mondovì: dalle origini al Libero Comune
  2. L’alleanza con i Savoia e l’identità legata al privilegio del sale
  3. Mondovì capitale della stampa e della cultura rinascimentale
  4. Il Cinquecento e l’Università: Mondovì città degli studi
  5. Il Seicento: la peste e le sanguinose Guerre del Sale
  6. La rinascita barocca di Mondovì Piazza
  7. Dalla Grande Guerra alla Resistenza: il Novecento monregalese
  8. Mondovì oggi: la Funicolare e la Capitale italiana del Volo
  9. Cosa vedere a Mondovì tra arte, monumenti e musei

Nascita e storia di Mondovì: dalle origini al Libero Comune

Per comprendere appieno la storia di Mondovì, è necessario conoscerne il territorio di origine, all’epoca dominato dal silenzio della natura e bagnato dal torrente Ellero.

Vista di piazza Maggiora a Mondovì, con in fondo l'antico il palazzo del Governatore.

L’area ospitava piccoli insediamenti rurali, tra cui Vico, Vasco e Carassone, comunità che vivevano in una condizione di sudditanza feudale.

Infatti il territorio era giurisdizione del Vescovo di Asti che, con un regime soffocante ed un controllo capillare, lasciava poco spazio ad autonomia e libertà.

In questo clima di oppressione, tipico del Basso Medioevo piemontese, iniziò a germogliare il seme della ribellione, lo stesso che portò alla nascita di Mondovì.

La data in cui inizia la storia di Mondovì è il 1198 poiché, con un atto di sfida senza precedenti verso il potere episcopale, gli abitanti di Vico, Vasco e Carassone ruppero l’oppressione feudale.

Ovvero, abbandonarono le abitazioni trasferendosi sulla sommità del colle, luogo strategico e ben difendibile, battezzandolo Mons Regalis (Monte Regale), nome che evocava dignità, forza e, soprattutto, non più sottomissione.

Nacque così il Libero Comune di Mondovì, un’aggregazione di persone unite da un unico scopo: la libertà.

Foto di piazza San Pietro a Mondovì, dove si vede tutta l'area e a destra il Palazzo delle Meridiane.

Ma l’affronto non poteva restare impunito: il Vescovo di Asti, vedendo minacciata la propria autorità e, soprattutto, le proprie rendite fiscali, reagì con violenza.

Le truppe vescovili assediarono il colle e, anche se la resistenza fu tenace, la città venne espugnata e gli abitanti costretti a tornare a valle, sotto la stretta sorveglianza dei funzionari astigiani.

Tuttavia, come vediamo a breve, lo spirito della storia di Mondovì è ciclico: caduta e rinascita.

Ormai l’idea di libertà aveva attecchito e nel 1232, approfittando di un momento di debolezza politica di Asti, gli abitanti tornarono sul colle.

La seconda fondazione fu quella definitiva: la città venne ricostruita più solida e soprattutto, determinata a non farsi più sottomettere.

Statuti e Terzieri: l’organizzazione della Civitas monregalese

Mondovì necessitava di un ordine giuridico che legittimasse la sua esistenza, così nacquero i primi Statuti Comunali, che stabilivano:

  • Autonomia giuridica: la città si dotava di propri magistrati per amministrare la giustizia, sottraendola ai legati vescovili
  • Divisione in terzieri: per gestire la provenienza eterogenea degli abitanti, la città fu divisa in “Terzieri” (quartieri), ognuno con gli abitanti del villaggio di provenienza e con propri rappresentanti nel consiglio cittadino. Questo garantiva che nessuna fazione prevalesse sulle altre.
  • Difesa: ogni cittadino maschio doveva contribuire alla difesa delle mura.

La stesura degli statuti segnò il passaggio da un insieme di ribelli a una Civitas organizzata, capace di stipulare trattati e governarsi autonomamente.

Foto frontale del municipio di Mondovì, verso sera d'estate con elegante riflesso sulle vetrate.

Piazza e Breo: il dualismo geografico e sociale di Mondovì

Fin dai primi decenni la morfologia di Mondovì impose una divisione netta che, per secoli, ne avrebbe influenzato lo sviluppo sociale ed economico.

  • Piazza (parte alta): situata sulla sommità del colle, divenne il cuore politico, religioso e nobiliare. Qui risiedevano le famiglie più potenti, il Consiglio e si ergevano le fortificazioni principali. Era la roccaforte, simbolo del potere.
  • Breo (parte bassa): sviluppatasi lungo il corso del torrente Ellero, divenne il polmone commerciale e artigianale, con mulini, concerie e mercati. Era il luogo dello scambio, vivace, caotico e talvolta insalubre.

Prima dell’avvento della funicolare (fine Ottocento), il collegamento tra le due anime di Mondovì avveniva attraverso ripide mulattiere acciottolate, note come “coste”.

Il trasporto delle merci a Piazza era affidato alla forza delle braccia o agli animali da soma, e successivamente ai “birocci” (carri trainati da cavalli o buoi).

Dipinto digitale in stile classico raffigurante la fatica di un contadino e un mulo durante il trasporto di merci lungo le ripide coste tra i rioni Breo e Piazza.

Questa separazione fisica nei secoli creò anche una distanza sociale: “quelli di Piazza” guardavano dall’alto in basso, letteralmente e metaforicamente, il popolo di Breo, alimentando un dualismo che è parte integrante della storia di Mondovì.

L’alleanza con i Savoia e l’identità legata al privilegio del sale

Verso fine XIV secolo, quando il sogno del Libero Comune iniziò a scontrarsi con la geopolitica regionale, la storia di Mondovì giunse a un bivio cruciale.

La città era ricca, popolosa, ma politicamente isolata e, soprattutto, circondata da vicini aggressivi e potenti:

  • Principi d’Acaia, ramo cadetto dei Savoia che mirava a unificare il Piemonte sud-occidentale
  • Marchesi di Saluzzo
  • la temibile Milano dei Visconti, le cui mire espansionistiche minacciavano l’intera pianura padana

La città comprese che per evitare di essere schiacciata militarmente doveva scegliersi un “protettore” con cui stringere una lucida e strategica alleanza.

La scelta ricadde sui Savoia, abbastanza forti da garantire la difesa dei confini ed anche abbastanza lontani (il loro potere gravitava tra Chambéry e Torino) da permettere a Mondovì di mantenere autonomia.

Ritratto storico di Amedeo VIII di Savoia. Nel 1396 la città di Mondovì firmò con il suo Stato l'atto di dedizione.

Nel 1396 la città firmò l’atto di dedizione ai Savoia ma, avendo già una posizione di relativa forza, impose condizioni scritte.

Ovvero, Mondovì accettava il Duca come sovrano, ma in cambio blindava i propri statuti e otteneva privilegi, gli stessi che avrebbero definito la sua identità nei secoli a venire.

Una delle clausole divenne fulcro di economia identità locale: l’esenzione perpetua dalla tassa sul sale.

Per comprendere la portata di tale privilegio, bisogna ricordare che nel Medioevo il sale era l’unico bene con cui conservare il cibo (carne, formaggi, pesce), oltre che essenziale per l’allevamento del bestiame.

Infatti, in quasi tutti gli stati europei, il sale era monopolio del sovrano e soggetto a una tassa odiosa quanto gravosa: la gabella.

Ottenerne l’esenzione per Mondovì fu un vantaggio competitivo enorme, oltre che una potente conferma della propria identità.

I monregalesi, nati come espressione di ribellione e libertà, non si consideravano semplici sudditi dei Savoia come gli altri piemontesi, bensì alleati privilegiati, uomini liberi che avevano scelto volontariamente il proprio destino.

palazzo storico di Mondovì, in piazza Maggiore, con gli antichi stemmi nobiliari, simboli di identità e libertà monregalese

Questo spiega perché, secoli dopo, quando i Savoia abolirono il privilegio del sale, Mondovì non lo visse solo come manovra economica, ma soprattutto come una minaccia alla sua identità, innescando le sanguinose Guerre del Sale.

Grazie ai privilegi fiscali e alla stabilità politica, nel XV secolo Mondovì registrò un’impennata demografica impressionante.

Mentre altri centri faticavano a riprendersi da carestie e conflitti locali, il Monregalese divenne una naturale calamita per contadini, artigiani, mercanti e famiglie nobili.

Le stime storiche indicano che in questo periodo Mondovì divenne la seconda città più popolosa del Piemonte, superata solo da Torino.

Il quartiere Piazza si riempì di palazzi nobiliari, divenendo il cuore politico e aristocratico, mentre Breo il cuore dell’economia, anche grazie al torrente Ellero che alimentava mulini, concerie e botteghe.

Strada che porta al Belvedere, con in fondo un elegante palazzo con la facciata affrescata.

Mondovì capitale della stampa e della cultura rinascimentale

La ricchezza accumulata si tradusse presto in fame di cultura e mecenatismo: Mondovì divenne terreno fertile per una delle innovazioni più importante del millennio: la stampa a caratteri mobili.

Tutto nacque grazie all’intuizione del medico e umanista locale Baldassarre Cordero che, durante i suoi viaggi, entrò in contatto con Antonio Matthias, tipografo di Anversa (Belgio) che cercava un luogo dove impiantare la sua attività.

Cordero, che comprese la rivoluzionaria invenzione di Gutenberg, convinse il tipografo a seguirlo a Mondovì, garantendogli il sostegno economico necessario.

Nota: il tedesco Johannes Gutenberg (XV sec.) fu l’inventore della stampa a caratteri mobili. La sua rivoluzione abbatté i costi di produzione dei libri (celebre la sua Bibbia del 1455), rendendo la cultura accessibile a tutti e ponendo le basi della società moderna.

Fu così che, nel 1472, dalle presse di Antonio Matthias uscì il “Summa de vitiis et virtutibus” (Somma dei vizi e delle virtù) del teologo francese Guglielmo Peraldo, il primo libro stampato in Piemonte.

Fotografia della casa di Mondovì, dove c'è la targa che ricorda la prima edizione in Piemonte, nel 1472 del tipografo Baldassare Cordero

Questo testimonia il livello culturale raggiunto da Mondovì: un centro capace di attrarre talenti e capitali, ponendo le basi per il ruolo di città degli studi del secolo successivo.

Nel Cinquecento, mentre la città prosperava, il resto del Piemonte fu travolto dalle Guerre d’Italia (1494-1559), divenendo campo di battaglia per l’egemonia europea tra la Francia di Francesco I e la Spagna imperiale di Carlo V.

Mentre eserciti mercenari saccheggiavano città e campagne, lasciando dietro di sé distruzione e carestia, Mondovì riuscì a cavarsela discretamente.

Pur subendo inevitabili passaggi di truppe, i monregalesi pagarono pesanti tributi per evitare il saccheggio, preservando la città dalle devastazioni totali che invece annichilirono altri centri piemontesi.

Infatti, terminate le guerre, la storia di Mondovì nella seconda metà del secolo visse un fermento edilizio senza precedenti.

La vecchia architettura medievale iniziò a sparire rapidamente, lasciando il posto a eleganti palazzi nobiliari, facciate decorate e loggiati che riflettevano il gusto rinascimentale.

Foto di elegante porzione di palazzo con facciata affrescata accanto alla cattedrale di San Donato di Mondovì.

Il Cinquecento e l’Università: Mondovì città degli studi

Questa trasformazione era il simbolo tangibile di borghesia e nobiltà locale, che volevano apparire colte, raffinate e potenti agli occhi del mondo.

Il sigillo di tale prestigio fu impresso dal Duca Emanuele Filiberto di Savoia, detto Testa di Ferro.

Poco prima di spostare la capitale da Chambéry a Torino nel 1563, il Duca ordinò il trasferimento dell’Università di Torino a Mondovì, per tre motivi principali:

  • Torino era ancora vulnerabile, con una cittadella in costruzione e politicamente instabile
  • Mondovì era una delle città più popolose del Ducato, trasferirvi l’Università era un riconoscimento formale del suo status di quasi-capitale del Basso Piemonte
  • i Savoia volevano legare a corte la sempre più potente élite monregalese

Per un quinquennio d’oro Mondovì fu l’epicentro intellettuale del Ducato, attirando studenti da Piemonte, Savoia, Francia e stati italiani, oltre a letterati di fama europea.

Non era più solo la città dei mercanti, del sale e delle fiere; era una Città di Studi, faro di conoscenza.

Palazzi storici di piazza Maggiore a Mondovì, che si trovano dall'altro lato dei portici.

L’esperienza universitaria durò pochi anni, poiché Emanuele Filiberto, avendo ormai pieno controllo su Torino e completate le fortificazioni, riportò l’Ateneo nella capitale.

Tuttavia, lasciò un’eredità indelebile a Mondovì: nacquero il celebre Collegio dei Gesuiti e le Scuole Reali, formando giuristi, amministratori e mantenendo altissimo il livello culturale della città.

La parentesi universitaria, seppur breve, gonfiò ulteriormente l’orgoglio dei monregalesi, che si sentivano ormai pari, se non superiori, ai torinesi: avevano ricchezza, l’esenzione dalla tassa sul sale e avevano ospitato l’Università.

Con un’identità così forte, un’autonomia radicata ed una ricchezza in costante espansione, lo scontro con il crescente assolutismo dei Savoia, che miravano a centralizzare potere e risorse, era ormai inevitabile.

Il Seicento: la peste e le sanguinose Guerre del Sale

Il Seicento fu il secolo peggiore nella storia di Mondovì.

Prima che le armate ducali minacciassero le mura, il Monte Regale dovette affrontare un nemico invisibile e ancor più letale: la peste bubbonica.

Dipinto ad olio di un medico della peste con la tipica maschera a becco e veste in cuoio, durante l'epidemia del Seicento.

Nel 1630, il flagello che Alessandro Manzoni immortalò nelle pagine dei Promessi Sposi invase la penisola italiana.

In Piemonte, il vettore di contagio furono lanzichenecchi e francesi impegnati nella Guerra di Successione di Mantova e del Monferrato, una sorta di autostrada per il bacillo.

Il Consiglio Comunale ordinò la chiusura immediata delle porte, istituì rigidi cordoni sanitari e vietò l’ingresso ai forestieri, ma il morbo penetrò comunque nei rioni.

Le cronache dell’epoca ci restituiscono l’immagine di una Mondovì spettrale.

Il brusio dei mercati di Breo tacque, l’unica attività frenetica era quella dei carri che trasportavano i malati verso lazzaretti improvvisati fuori dalle mura, per isolare il focolaio.

Si stima che la peste azzerò intere dinastie nobiliari che avevano governato la città per secoli, decimò la manodopera agricola ed artigiana, mettendo in ginocchio l’economia.

Di fronte all’impotenza medica dell’epoca, Mondovì si rifugiò nella fede, consolidando quel legame viscerale con la Madonna del Santuario di Vicoforte.

Foto frontale del Santuario di Vicoforte, dove si vede tutto l'edificio e la statua.

La costruzione del tempio era iniziata pochi decenni prima, ma fu la peste a trasformarlo nel cuore pulsante della spiritualità locale.

Processioni e voti per implorare la fine del contagio posero le basi di quella devozione mariana che, passata la mattanza, portò Mondovì a investire risorse immense nel completamento del Santuario di Vicoforte, preludio della futura rinascita barocca.

Le Guerre del Sale: l’inizio del conflitto

Il Seicento, per la storia di Mondovì, segnò anche il passaggio dall’età dell’oro dei privilegi comunali, a quella della sottomissione.

Tutto ruotava attorno al patto firmato nel 1396: l’esenzione perpetua dalla tassa sul sale.

Al centro di questo scontro vi fu Vittorio Amedeo II: la sua ambizione era trasformare il Ducato in una potenza europea e per farlo doveva piegare chi, come Mondovì, difendeva la sua autonomia.

Ritratto storico di Vittorio Amedeo II di Savoia in abiti regali. Fu il Duca che abolì i privilegi del monregalese e represse le rivolte durante le Guerre del Sale.

La disputa sulla gabella del sale fu solo la scintilla: si decideva chi fosse il vero padrone del territorio, se le antiche leggi dei padri o la volontà del Duca.

Quanto segue, espone brevemente uno scontro che ha lacerato il Piemonte, cambiando per sempre il volto di Mondovì, oltre che una delle pagine peggiori della storia piemontese.

Nata a fine Duecento come rifugio per popolazioni in fuga dall’oppressione feudale, Mondovì aveva conservato un’anima quasi “repubblicana”.

Il suo territorio abbracciava un vasto contado oltre alle valli Ellero, Corsaglia e Maudagna, popolate da gente abituata ad amministrarsi da sola e, soprattutto, a usare le armi.

Qui, il sale significava sopravvivenza: vitale per l’economia pastorale, indispensabile per conservare carni e produrre formaggi, unica merce di scambio dei montanari.

Toccarne il prezzo o la disponibilità era una minaccia diretta alla vita di migliaia di famiglie.

Vittorio Amedeo II aveva ereditato uno Stato con le casse vuote: aveva bisogno di denaro per finanziare un esercito permanente e affrancarsi dalla tutela francese.

La soluzione fu l’uniformità fiscale.

Non potevano più esistere isole felici o privilegi medievali, così la gabella del sale divenne lo strumento per battere cassa; una tassa universale, sicura e prevedibile.

Antica stampa in stile acquaforte del Seicento. Mostra una pesante bilancia di ferro: su un piatto c'è del sale grezzo, sull'altro delle monete antiche. Accanto è srotolato l'editto sabaudo che istituisce la gabella del sale.

Quando nel 1680, i funzionari ducali tentarono di applicare la gabella anche a Mondovì, la reazione fu immediata.

Per la giurisprudenza di Torino, quella dei monregalesi non era una semplice protesta, bensì un “Crimen Lesa Maiestatis” (crimine di lesa maestà).

È un concetto fondamentale per capire l’epoca: ribellarsi al fisco significava ribellarsi alla sacralità del Sovrano, un atto di tradimento imperdonabile.

Ma a Mondovì la vedevano diversamente; non erano traditori, bensì vittime del Duca che aveva infranto un patto giurato.

La loro logica era feudalmente ineccepibile: se non vengono rispettati i nostri privilegi, noi non siamo tenuti a obbedire.

Così, dallo scontro di principi, la parola passò alle armi.

L’esercito sabaudo era addestrato per combattere in pianura, in formazioni rigide e disciplinate, ma nelle strette gole della Val Corsaglia o nei boschi della Val Ellero, quella disciplina serviva a poco.

I montanari, conoscendo ogni angolo della loro terra, adottarono una tattica di logoramento spietata: imboscate improvvise, taglio dei rifornimenti, attacchi mordi e fuggi.

Antica stampa in stile acquaforte del Seicento che illustra un'imboscata. I montanari monregalesi, nascosti le rocce di una gola, attaccano a sorpresa una colonna di soldati sabaudi.

I generali di Torino dovettero ammettere con rabbia che una rapida vittoria era impossibile.

Dopo due anni di sangue si arrivò al tavolo delle trattative e la pace del 1682 sembrò, agli occhi dei monregalesi, un trionfo: il Duca rinunciava a imporre l’odiata tassa sul sale.

Tuttavia, era solo una tregua tattica, Vittorio Amedeo II aveva bisogno di tempo per isolare Mondovì dai suoi appoggi esteri (Francia e Genova) e riorganizzare lo Stato.

Aveva ingoiato il rospo, ma non dimenticato.

Tra il 1682 e il 1698, su Mondovì calò una strana calma, rimase formalmente fedele, ma sostanzialmente ostile.

A fine secolo Vittorio Amedeo II era cresciuto politicamente: aveva giocato da protagonista nella Guerra della Lega di Augusta e ne era uscito rafforzato.

Con la Pace di Ryswick (1697) i confini esterni erano più sicuri, ora il Duca poteva finalmente guardare dentro casa propria.

La presenza di un’enclave ribelle come Mondovì, una sorta di “stato nello stato”, era incompatibile con il suo progetto di Monarchia Assoluta.

Non si trattava più di farsi pagare la gabella del sale, ma di cancellare per sempre l’eccezione monregalese, smembrando il territorio e annientando la sua classe dirigente.

La repressione di Vittorio Amedeo II e le deportazioni di massa

La seconda fase del conflitto fu innescata deliberatamente dal governo ducale.

Nel 1698 arrivò un nuovo editto sul sale, più costoso dei precedenti, ma la vera intenzione era politica: Torino voleva decapitare la leadership locale.

Come previsto, Mondovì insorse.

Ma questa volta, Vittorio Amedeo II non si fece trovare impreparato.

Contro i ribelli fu inviato un esercito imponente e, mentre la città alta (Piazza) veniva occupata rapidamente, la furia si concentrò sulle valli, roccaforte dei ribelli più intransigenti, con incendi e devastazioni.

Antica stampa del Seicento mostra la drammatica scena dell'esercito sabaudo che devasta un villaggio nelle valli monregalesi durante la repressione del sale.

Paesi come Monastero di Vasco e Montaldo di Mondovì furono praticamente rasi al suolo.

La punizione per i sopravvissuti fu forse peggiore della morte.

Vittorio Amedeo II, che studiava la storia classica, applicò una soluzione ispirata agli antichi Romani: la deportazione di massa per sradicare i ribelli e colonizzare le terre.

Intere famiglie furono strappate con la forza dalle loro case e costrette a marciare fino alla pianura vercellese.

Le Guerre del Sale (1680-1699) non furono solo una rivolta locale, bensì la fine del particolarismo medievale e la nascita dello Stato assoluto: centralizzato, burocratico, efficiente, e soprattutto, spietato.

Il prezzo di questa modernizzazione fu pagato con lacrime e sangue, una ferita che la memoria di Mondovì non ha mai del tutto cancellato.

La rinascita barocca di Mondovì Piazza

All’alba del XVIII secolo, Mondovì non era più libera e ricca come prima, ma una città di provincia sottomessa, disarmata, e costretta a pagare la tassa sul sale come tutti gli altri sudditi.

Tuttavia, dalle macerie morali e materiali la città trovò la forza per una rinascita culturale ed estetica.

Privata della sua autonomia politica, la città incanalò energia e ricchezze residue in una grandiosa operazione di rinnovamento urbano.

Nobiltà e clero monregalese trasformarono Mondovì Piazza in un salotto a cielo aperto, un palcoscenico barocco per dimostrare al mondo, e anche a Torino, che la città era ancora viva e potente.

Foto di una porzione di piazza Maggiore a Mondovì, con in primo piano l'antico Palazzo del Governatore.

Il protagonista di tale rinascita fu un figlio della città: l’architetto Francesco Gallo.

A lui si devono la Cattedrale, numerose chiese, palazzi nobiliari e il completamento di quella che è considerata la meraviglia assoluta del territorio: il Santuario di Vicoforte.

A pochi chilometri dal centro di Mondovì, la storia del Santuario ha origine da una leggenda popolare del 1592: un cacciatore colpì per errore l’immagine della Madonna su un pilone votivo, e questa iniziò a sanguinare.

Il luogo divenne meta di pellegrinaggi tali che il Duca Carlo Emanuele I volle costruirvi un tempio colossale, destinato a diventare il mausoleo di Casa Savoia.

I lavori, iniziati dall’architetto cuneese Ercole Negro di Sanfront e portati avanti dall’umbro Ascanio Vitozzi, si arenarono per quasi un secolo, e fu proprio Francesco Gallo che, contro il parere di molti ingegneri dell’epoca, costruì una cupola maestosa.

Le misure sono ancora oggi da record: è la cupola ellittica in muratura più grande del mondo, forse anche a simbolo della tenacia monregalese.

A Mondovì Piazza, il Settecento ha lasciato due eredità inestimabili:

  1. La Cattedrale di San Donato: progettata sempre da Francesco Gallo e terminata a metà secolo, l’interno è la perfetta sintesi del gusto settecentesco locale, opulento ma mai eccessivo.
  2. La Chiesa della Missione: costruita dai Gesuiti nel secolo precedente, nel Settecento divenne un’attrazione artistica grazie all’opera di Andrea Pozzo. Il soffitto piatto appare come una cupola che si innalza in cielo, ma è una delle più grandi illusioni ottiche del barocco italiano, che ancora oggi lascia senza fiato.

L’arrivo di Napoleone e l’Ottocento

A fine Settecento, mentre Mondovì tornava a splendere, il vento della Rivoluzione Francese iniziò a soffiare oltre le Alpi, segnando l’inizio di un cambiamento irreversibile.

Il Regno di Sardegna era in guerra contro la Francia rivoluzionaria: a guidare le truppe transalpine c’era il giovane generale Napoleone Bonaparte.

La sua strategia mirava a separare l’esercito piemontese dall’alleato austriaco, per sconfiggerli uno alla volta e l’ultimo atto si svolse sulle colline monregalesi.

Dopo aver sconfitto i piemontesi a Ceva e San Michele, Napoleone inseguì le truppe del generale sabaudo Michelangelo Colli fino alle porte di Mondovì.

Lo scontro decisivo avvenne sul colle Bricchetto nell’aprile 1796, dove i piemontesi tentarono una disperata resistenza per coprire la ritirata verso Torino, ma l’impeto francese fu travolgente.

Napoleone capì che prendendo Mondovì avrebbe avuto accesso ai magazzini della città, essenziali per sfamare i suoi soldati, oltre spianarsi la strada verso la capitale sabauda.

La sera stessa, i napoleonici entrarono in città e, pochi giorni dopo, il Re di Sardegna fu costretto a firmare l’Armistizio di Cherasco, cedendo di fatto il Piemonte alla Francia.

La Battaglia di Mondovì del 21 aprile 1796 fu lo scacco matto che fece crollare la monarchia sabauda per quasi vent’anni.

I soldati francesi si abbandonarono al saccheggio e, essendo il periodo pasquale, dai monregalesi fu vissuto come una profanazione, poiché chiese e palazzi furono spogliati.

Dipinto storico che raffigura soldati francesi durante il saccheggio in una strada di Mondovì nel 1796, tra cittadini disperati e la profanazione di simboli religiosi.

Il dominio francese portò anche una modernizzazione: fu introdotto il Codice Civile e aboliti i vecchi privilegi feudali ma l’autonomia, tanto sognata, fu sostituita dal centralismo burocratico francese.

Ferrovie, ceramica e l’Età Giolittiana

Passata la tempesta napoleonica, la crescita dell’Ottocento evidenziò ancora di più la divisione tra la parte alta e bassa di Mondovì.

Prima della costruzione della Funicolare (1886), Piazza e Breo erano due mondi che si toccavano ma non si mescolavano, separati da una barriera fisica e sociale.

Questa dicotomia ha influenzato l’identità monregalese fino ai giorni nostri.

Foto di Mondovì Breo, dove in fondo c'è un elegante palazzo con una meridiana e il riflesso del sole in tarda sera d'estate.

L’Ottocento è anche il secolo in cui a Mondovì l’argilla divenne oro, il vapore accorciò le distanze ed un uomo, nato su queste colline arrivò a guidare l’Italia.

Il vero cambiamento iniziò da binari nel 1874, con l’inaugurazione della stazione ferroviaria sulla linea Torino-Savona, che rispondeva a due esigenze improrogabili:

  1. il Regno d’Italia necessitava di un collegamento rapido a Genova per unire il Piemonte industriale al porto di Savona.
  2. Le nascenti industrie monregalesi avevano bisogno di carbone per alimentare forni ad alte temperature e, grazie al treno, ora giungeva in quantità massicce ed a costi contenuti.

Inoltre, il fischio della locomotiva trasformò Breo in un polo logistico, permettendo a Mondovì di entrare nel circuito dell’economia nazionale.

La disponibilità di carbone a basso costo, i corsi d’acqua (l’Ellero e il Canale di Carassone), boschi e ottime cave d’argilla nelle colline, crearono le condizioni perfette per l’industria.

Fotografia d'epoca di uno scalo merci ferroviario di fine Ottocento. Mostra due operai che caricano carbone tramite una struttura meccanica con una locomotiva a vapore avvolta dal fumo sullo sfondo.

E l’Ottocento per il monregalese, divenne il secolo della ceramica.

A partire da Francesco Perotti (inizio secolo), nacque il celebre stile Vecchia Mondovì, una ceramica popolare di altissima qualità, robusta, funzionale e decorata a mano.

Il simbolo delle ceramiche, il Gallo, dipinto dalle decoratrici, divenne l’icona della città: rappresentava la sveglia, la vitalità, l’ottimismo di un nuovo giorno.

Le fabbriche di Mondovì diedero lavoro a migliaia di persone, e la figura della pittrice di ceramiche fu il primo passo verso l’emancipazione economica femminile nel monregalese.

Mentre le fabbriche di Breo sfornavano ceramiche per tavole di mezza Italia, nella silenziosa e aristocratica Piazza si formava la mente dello statista che diede il nome a un’intera epoca storica: l’Età Giolittiana.

Giolitti nacque a Mondovì Piazza, che forgiò il suo carattere pragmatico, poco incline alla retorica dei balconi e molto attento ai fatti concreti, che caratterizzò la sua attività di Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno.

Foto di Giovanni Giolitti, già anziano e seduto in primo piano, con giacca nera e farfallino.

Per tutta la vita, Giovanni Giolitti mantenne un legame di ferro con il suo collegio elettorale, portando a Roma le istanze del territorio monregalese.

Dalla Grande Guerra alla Resistenza: il Novecento monregalese

L’illusione di una crescita inarrestabile si infranse bruscamente nel 1915, con l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale.

Mondovì, feudo di quel Giolitti che aveva tentato invano di risparmiare all’Italia un massacro inutile, pagò un prezzo altissimo, confermando le fosche previsioni del suo statista.

Lo sviluppo industriale subì un brutale arresto: l’economia di guerra bloccò le importazioni di carbone estero, i forni della ceramica si spensero e, la contemporanea chiamata alle armi mise in ginocchio fabbriche e campagne.

Poco dopo, Mondovì si trasformò in una “Città Ospedale”.

Diversi edifici furono requisiti e convertiti in lazzaretti e centri di convalescenza, mentre i treni, che un tempo scaricavano carbone e merci, ora portavano centinaia di reduci feriti e mutilati.

La situazione divenne drammatica dopo la rotta di Caporetto (1917), quando la città aprì le porte a un’ondata di profughi veneti e friulani.

In quei mesi durissimi, segnati dal razionamento del pane e dal terrore della “spagnola” (l’epidemia influenzale), i monregalesi dovettero dividere il poco che avevano con gli sfollati.

Quando la guerra finì, nel 1918, Mondovì contava centinaia di caduti, ricordati nel monumentale Parco della Rimembranza.

Inoltre, il tessuto industriale era da ricostruire: il Gallo della ceramica era ferito, i forni spenti e la società impoverita.

Il Fascismo fu un periodo complesso nella storia di Mondovì.

Da un lato, la città, feudo elettorale del liberale Giovanni Giolitti, che si oppose al regime dopo il delitto Matteotti, visse con disagio la compressione delle libertà.

Dall’altro, il regime eresse grandi opere pubbliche e avviò una modernizzazione urbanistica che cambiò il volto di alcune aree di Breo, spingendo al massimo l’industria per sostenere l’autarchia.

Tuttavia, sotto la superficie della propaganda, covava il dissenso, mantenuto vivo da tradizioni cattoliche ed eredità giolittiana, esplodendo con violenza dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Con l’occupazione tedesca, Mondovì si ritrovò in prima linea.

La geografia, che per secoli l’aveva protetta, tornò decisiva: le valli Ellero e Casotto divennero la roccaforte delle prime bande partigiane.

Mondovì divenne il centro logistico di una delle resistenze più organizzate del Piemonte, formazioni autonome come i famosi Azzurri del comandante Enrico Martini Mauri.

Il territorio pagò un prezzo altissimo: rastrellamenti, deportazioni e fucilazioni sommarie.

La liberazione a Mondovì arrivò a fine aprile 1945, ma non fu un regalo degli alleati, bensì una manovra a tenaglia delle formazioni partigiane che scesero dalle montagne per scacciare i presidi nazifascisti.

Uscita dalle macerie, la storia di Mondovì nel secondo Novecento è quella di una difficile riconversione, poiché gli anni del “Miracolo Economico” (anni ’50 e ’60) portarono benessere, ma anche la fine di un’era.

La storica industria della ceramica non resse la concorrenza della produzione industriale, entrando in una crisi irreversibile: molte fabbriche chiusero, lasciando vuoti urbani e disoccupazione.

Simultaneamente, la città visse una crisi logistica e simbolica: nel dicembre 1975, la Funicolare che collegava Breo a Piazza venne chiusa, perché obsoleta e insicura.

Per quasi trent’anni, Mondovì rimase spezzata in due, senza il suo cordone ombelicale meccanico; Piazza rischiò di diventare una città bellissima ma vuota, mentre Breo si espandeva disordinatamente.

Foto di piazza San Pietro, scattata dalle scale della chiesa ed è leggermente nuvoloso.

Mondovì oggi: la Funicolare e la Capitale italiana del Volo

Dopo trent’anni di separazione, nel 2006 la riapertura della Funicolare di Mondovì è stato un evento sia urbano che emotivo e la nuova cabina disegnata dal monregalese Giorgetto Giugiaro, è diventata subito un’icona.

Il viaggio di pochi minuti che porta dal fiume alla torre è l’esperienza imprescindibile per chiunque visiti la città.

Nel Medioevo i monregalesi, probabilmente guardavano il cielo temendo le piogge o pregando i santi, oggi lo guardano per ammirarvi il riflesso della loro Mondovì.

La città si è guadagnata il titolo ufficiale di “Capitale italiana del volo in mongolfiera”, grazie alla particolare conformazione della conca monregalese, con correnti d’aria che permettono ai palloni di volare in sicurezza tutto l’anno.

L’evento clou è il Raduno Aerostatico Internazionale dell’Epifania; ogni anno, a gennaio, decine di mongolfiere provenienti da tutto il mondo si alzano in volo simultaneamente.

L’immagine dei palloni colorati che volano sopra la cupola del Santuario di Vicoforte, con lo sfondo innevato delle Alpi Marittime, è diventata la cartolina moderna della città, unendo la storia di Mondovì al suo futuro turistico.

Ripercorrere la storia di Mondovì significa riscoprire le contraddizioni che hanno reso grande l’Italia.

Città nata dalla ribellione contro un Vescovo e cresciuta all’ombra dei Savoia, ha stampato il primo libro in Piemonte ed ha combattuto per non pagare la gabella del sale.

Forse è divisa in due dall’orografia, ma è unita dall’orgoglio.

Oggi, chi passeggia sotto i portici di Breo o nel Belvedere di Piazza, scopre una città che, dopo secoli di assedi, pestilenze, crisi, si è sempre rialzata, magari costruendo una cupola da record o inventandosi una capitale del volo.

Questa è Mondovì: la città che, dal suo Monte Regale, non ha mai smesso di guardare lontano.

Guida ai monumenti: cosa vedere a Mondovì tra arte e musei

L’architettura sacra: dal Duomo al capolavoro prospettico di Andrea Pozzo

L’architettura sacra di Mondovì è un mosaico di spazi e simboli che racconta sia il potere dei Savoia che la fede dei suoi abitanti ed il simbolo di tali bellezze è la Cattedrale di San Donato.

Nel 1574 il duca Emanuele Filiberto di Savoia ordinò la demolizione dell’antica cattedrale di San Donato per costruire la Cittadella fortificata sul colle di Piazza.

Interni della chiesa di San Donato, con visuale dall'ingresso verso l'altare maggiore, con visuale degli affreschi delle volte.

L’attuale Duomo di Mondovì fu ricostruito quasi due secoli dopo, tra il 1743 e il 1753, su progetto del monregalese Francesco Gallo (1672–1750) e con la partecipazione dell’architetto di corte sabauda Benedetto Alfieri (1699–1767).

La cattedrale è ricchissima di decorazioni ed opere d’arte, come gli affreschi del cuneese Giovenale Bongiovanni (1746 – 1794) ed il Martirio di San Donato del torinese Paolo Emilio Morgari (1815–1882).  

In piazza Maggiore si erge la Chiesa di San Francesco Saverio, nota anche come “della Missione”, realizzata nel Seicento dall’architetto di Fossano Giovenale Boetto (1604 – 1678).

Visuale della facciata della chiesa di Francesco Saverio a Mondovì, che parte dal basso e si erge verso l'alto.

All’interno troviamo il capolavoro del trentino Andrea Pozzo (1642 – 1709) che, tra il 1676 e 1679 dipinse una cupola su una superficie piatta che, vista dal basso, appare tridimensionale grazie a calcoli prospettici magistrali.

Nel rione Piazza troviamo la Sinagoga di Mondovì; l’interno è un vero e proprio gioiello barocco, preservato da Marco Levi (1910–2001), ultimo custode della memoria locale.

La chiesa di Santa Chiara è un altro capolavoro dell’architetto Francesco Gallo, che nel 1710 la progettò per le monache di clausura ed è ricchissima di affreschi e decorazioni.

Poi la Chiesa della Misericordia, eretta anch’essa da Francesco Gallo tra il 1709 e il 1717; l’interno è un’esplosione di colori, come i pregevoli affreschi della cupola e le decorazioni del figurista svizzero Giovanni Francesco Gagini (1683 – 1768).

Dal 1861 la chiesa è legata alla Confraternita della Misericordia, che aveva il compito di assistere i prigionieri condannati a morte, diventando un simbolo di pietà per tutta Mondovì.

La Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nel rione Breo risale al Quattrocento, poi venne ampliata nel XVIII secolo da Francesco Gallo, mentre nel 1755 l’architetto torinese Bernardo Vittone (1704 – 1770) vi aggiunse la cupola ottagonale.

Facciata della chiesa dei santi Pietro e Paolo, con a destra dehor e la fontana della piazza.

La chiesa è famosa per il Moro, l’automa in rame realizzato nel 1798 (o dal 1771 secondo altri) dall’artigiano Matteo Mondino, mentre l’interno conserva diverse decorazioni ed opere d’arte, come gli affreschi del torinese Luigi Morgari (1857 – 1935).

Poi la Chiesa di San Filippo Neri, iniziata da Francesco Gallo e terminata da Bernardo Antonio Vittone nel 1769; all’interno possiamo ammirare l’elegante altare maggiore realizzato tra il 1697 e il 1703 dall’architetto di Chieri Michelangelo Garove (1648 – 1713).

Poco fuori città troviamo la Cappella di Santa Maria delle Vigne, un archivio di pietre e colori risalente addirittura al X secolo; l’interno conserva diversi affreschi datati al Quattrocento.

Infine la Cappella di Santa Croce, eretta nel XV secolo; l’interno ospita un ciclo di affreschi sulla Passione di Cristo dipinto da Antonio Dragone da Monteregale (attivo tra il 1435 e il 1475).

Palazzi nobiliari e Belvedere: il volto aristocratico di Piazza

Il Palazzo di Germagnano, in piazza Maggiore risale al XIII secolo, poi ampliato e ristrutturato in forme barocche a inizio Settecento dall’architetto svizzero Giovanni Goano (attivo XVII sec.).

Visuale frontale del Palazzo di Germagnano, in piazza Maggiore a Mondovì con il sole d'estate.

Gli interni conservano diverse sale affrescate, come quella delle Bandiere e degli Stemmi; oggi è sede del Museo della Ceramica.

Palazzo Fauzone di Montaldo, il cui impianto originale risale anch’esso al XIII secolo, fu rimaneggiato nella prima metà Cinquecento, riunendo tre case-torri medievali in un unico edificio, poi restaurato tra i secoli XVI e XVII in palazzo rinascimentale.

L’interno conserva diverse sale, come quella delle Grottesche, con affreschi e soffitto in legno dipinto e il Salone delle Alleanze, detto anche degli Stemmi.

In piazza Maggiore troviamo il Palazzo del Governatore, la cui facciata è un vero albo d’onore dipinto; ogni amministratore sabaudo vi fece aggiungere il proprio stemma araldico.

Primo piano della facciata dell'antico Palazzo del Governatore a Mondovì e relativi affreschi.

Infatti i recenti restauri hanno riportato alla luce stemmi che vanno dal XV secolo al XVIII, appartenenti a funzionari regi come Enrico di Montfalcon (Losanna, 1501-1503) e Filippo Sannazzaro (Casale Monferrato, 1727-1733).

Poi il Palazzo del Tribunale, un tempo sede del Collegio di Gesuiti, eretto aggregando vecchie case tra il XVI e il XVIII secolo; nel cortile interno i religiosi fecero affrescare intorno al 1716 un ciclo di dodici meridiane.

Questo permetteva agli studenti dell’epoca di leggere sia l’ora di Mondovì che di città come Londra, Costantinopoli e Algeri; di riflesso, i gesuiti potevano dimostrare l’estensione della loro rete missionaria nel mondo.

Infine il Palazzo Vescovile, il cui aspetto è frutto di Francesco Gallo; all’interno troviamo la Sala degli Arazzi, decorata con 4 panni tessuti ad Anversa (Belgio) dal pittore fiammingo Jan Frans van den Hecke (1620 – 1684), su disegni di Pieter Paul Rubens (1577 – 1640), anch’esso fiammingo.

Visuale della facciata del palazzo di Giustizia di Mondovì, presa dal basso verso l'alto.

I Giardini del Belvedere nascono dalla demolizione napoleonica della chiesa di Sant’Andrea (1802), di cui sopravvive solo il campanile trecentesco, oggi noto come Torre Civica, alta quasi 30 metri.

Tra il 1760 e 1774 il fisico di Mondovì Giovanni Battista Beccaria (1716 – 1781) utilizzò la torre come estremo meridionale della rete geodetica, con Andrate (TO) a nord, per calcolare l’arco di meridiano piemontese, contribuendo a confermare lo schiacciamento polare della Terra.

La Torre Civica è impreziosita da un orologio a lancetta singola del 1859; oggi è sede del museo Parco del Tempo, dove l’installazione sonora dell’artista Liliana Moro accompagna i visitatori lungo gli 87 gradini verso la cima.

I Giardini Belvedere offrono un panorama mozzafiato, abbracciando le Alpi Marittime, le Cozie, il Monviso, le colline delle Langhe e la pianura cuneese.

La Funicolare di Mondovì: il cordone ombelicale tra i rioni

Mondovì alta e bassa sono divise da un salto di oltre 130 metri che per secoli ha separato il commercio di Breo dalla nobiltà di Piazza.

Nel 1886 l’ingegnere emiliano Alessandro Ferretti (1851 – 1930) progettò un ascensore a vapore per collegare le due anime della città, sostituito l’anno successivo da un sistema di contrappeso d’acqua.

Foto dell'elegante palazzo dove c'è l'entrata della funicolare di Mondovì nel rione piazza.

I serbatoi delle cabine venivano riempiti a monte e svuotati a valle; la forza di gravità dell’acqua faceva scendere una carrozza e, tramite una fune, trascinava l’altra verso l’alto.

Poi nel 1926 l’impianto della funicolare di Mondovì passò alla trazione elettrica.

Nel 1975, tra nuove leggi di sicurezza e il trionfo delle automobili, la funicolare chiuse i battenti, condannando il rione Piazza a un isolamento lungo 31 anni, causandone il progressivo spopolamento.

La riapertura avvenne nel 2006, con una ricostruzione totale firmata dalla tecnologia Doppelmayr (BZ) e dal design del celebre designer cuneese Giorgetto Giugiaro (1938).

Le nuove carrozze sono vere camere con vista, offrendo uno splendido panorama sulle Alpi e sui palazzi barocchi di Mondovì; un cordone ombelicale lungo 544 metri che unisce la storia antica di Piazza al dinamismo moderno di Breo.

Funicolare che esce dal centro storico di Mondovì e va verso il rione Breo.

I Musei di Mondovì: ceramica, stampa e innovazione digitale

Il Museo della Ceramica di Mondovì nasce per conservare la memoria dell’antica manifattura monregalese che, dopo la crisi del 1979, portò alla chiusura delle storiche fabbriche locali.

L’esposizione del museo, con sede presso il trecentesco Palazzo di Germagnano racconta la storia della “Vecchia Mondovì”, celebre per il simbolo del galletto colorato e per la tecnica della “spugnatura”.

La ricca collezione si deve alla generosità di Marco Levi (1910–2001), industriale ebreo che negli anni ’80 riacquistò le ceramiche disperse per donarle alla sua città, preservandone la memoria.

Il Museo Civico della Stampa, presso il monumentale Complesso delle Orfane, celebra uno dei primati monregalesi: nel 1472 Mondovì fu la prima città del Piemonte a stampare un libro.

Tra i pezzi più rari figurano un torchio del 1640 e la macchina “Marinoni” del 1848, che servì a stampare il primo numero della Gazzetta del Popolo durante il Risorgimento.

Il progetto Infinitum – Chiesa della Missione, svela i segreti della chiesa omonima, custode del capolavoro barocco di Andrea Pozzo, che usò la prospettiva per dipingere una cupola su una superficie completamente piatta.

Visitando la chiesa di Mondovì è possibile indossare visori 3D che permettono di volare tra gli affreschi e osservarli da vicino.

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