Borgomanero, in provincia di Novara ha una storia estremamente affascinante, poiché fu il risultato di una precisa strategia geopolitica del XII secolo che ha trasformato un avamposto militare in un’identità urbana unica.
Tra l’ingegno della Carta di Romagnano e il folklore del Tapulone, si snoda un racconto di autonomia e resilienza che attraversa le grandi tappe della storia d’Italia
- Storia di Borgomanero: dalle origini al borgo franco
- Borgomanero tra Signorie e battaglie campali
- Dal dominio spagnolo all’amministrazione dei Savoia
- Il Risorgimento: il contributo di Borgomanero all’Italia
- Dalla Resistenza al miracolo economico moderno
- Cosa visitare a Borgomanero: guida ai tesori della città
Storia di Borgomanero: dalle origini al borgo franco
La storia di Borgomanero non è quella dei classici borghi medievali, frutto di aggregazioni più o meno spontanee, bensì di una precisa strategia geopolitica di fine XII secolo, quando il controllo della terra era legato alla sopravvivenza di popoli e poteri locali.
All’epoca l’odierna area di Borgomanero, insieme all’alto novarese, faceva da cerniera tra due mondi economici e interdipendenti:
- la pianura, granaio per grandi città come Novara e Milano
- le valli alpine, naturali vie di transito commerciali verso il nord Europa
Il territorio era controllato dai Conti di Biandrate, potente famiglia feudale che, imponendo dazi onerosi alle merci in transito, ostacolava l’espansione di Novara strozzandone l’economia.

Inoltre il territorio, all’epoca zona rurale di pascoli e curtes,era attraversato dal fiume Agogna e dal torrente Geola, ideali per l’agricoltura e, soprattutto, per stabilirvi un avamposto militare.
Nota: le curtes erano piccoli insediamenti agricoli sparsi e autonomi, antecedenti alla fondazione di Borgomanero del 1198; non formavano un villaggio unitario, ma una rete di fattorie isolate tra boschi e acque, dedite allo sfruttamento delle risorse locali.
Fu così che, per evitare uno scontro diretto con i Conti di Biandrate, Novara decise di eroderne progressivamente il potere, ergendo un centro fortificato ai confini del loro feudo.
Questi insediamenti, giuridicamente noti come Borghi Franchi, in questo caso aveva un duplice obiettivo:
- presidiare militarmente il territorio
- sottrarre risorse ai feudatari attirando i contadini con libertà e sgravi fiscali
Così, in questa sorta di guerra fredda medievale, nasce la storia Borgomanero.

La Carta di Romagnano e la pianificazione urbana
Nel luglio 1198 venne siglata la Carta di Romagnano, che confermava lo status di borgo franco all’attuale Borgomanero, in una posizione strategica per intercettare i traffici verso Lago d’Orta e Verbano.
La Carta di Romagnano, considerata da diversi storici un capolavoro di ingegneria giuridica, verteva su tre pilastri fondamentali.
- Il Comune di Novara rivendicò la sovranità assoluta sulle terre acquistandole o espropriandole a possessori legati ai vecchi ceppi feudali, affermando la supremazia dell’ente pubblico sul diritto signorile privato.
- Fu avviato un massiccio e mirato reclutamento demografico, invitando contadini e servi delle zone limitrofe a trasferirsi nel nuovo insediamento.
- Per godere dei privilegi promessi, i nuovi abitanti dovevano edificarvi una casa e risiedervi stabilmente.
L’antica pianificazione di Borgomanero è ancora leggibile nell’ortogonalità del suo centro storico, a differenza dei villaggi medievali, cresciuti spontaneamente con piante irregolari e vicoli tortuosi.
Furono tracciati due assi viari principali che si intersecavano perpendicolarmente, convergenti nella grande piazza centrale e che corrispondono agli attuali quattro corsi Cavour, Mazzini, Roma, Garibaldi.
Il tessuto urbano a scacchiera, diviso in lotti regolari, permetteva ad ogni colono di avere una parte di terreno standardizzata, per costruirvi l’abitazione e coltivare un piccolo orto.

Questa regolarità serviva anche al controllo sociale e fiscale, facilitando la sorveglianza pubblica e delimitando le proprietà private.
Inoltre fu scavato un fossato perimetrale, alimentato dalle acque dell’Agogna e del torrente Geola, poi con la terra derivante dallo scavo fu eretto un imponente terrapieno, in seguito fortificato da mura.
Infine, le quattro porte di accesso, orientate sia verso i punti cardinali che verso le città vicine, come (come Porta Novara e Porta Arona), fungevano allo scopo doganale e militare.
L’antica Borgomanero era inizialmente nota come Borgo Nuovo o Borgo di San Leonardo, in riferimento ad una chiesetta preesistente o sorta insieme all’insediamento, che fungeva da riferimento spirituale.
L’amministrazione del Podestà Jacopo Mainerio (console di Novara tra il 1193 e il 1194) consolidò le difese e ampliò i privilegi ai cittadini, conferendo all’insediamento un ruolo preminente rispetto agli altri borghi della zona.
Come riconoscimento, e probabilmente anche per auto-celebrazione politica, il Comune di Novara ne cambiò il toponimo, così nei documenti ufficiali divenne progressivamente Burgus Mainerius (Borgo di Mainerio).

Fu così che Borgomanero legò il suo nome non ad un santo protettore, come spesso accadeva, bensì ad un funzionario pubblico, ribadendo la natura politica dell’insediamento, ovvero avamposto diretto di Novara.
La leggenda dei 13 pellegrini e le origini del Tapulone
Se gli atti notarili narrano la storia di Borgomanero con freddezza giuridica, dalla memoria collettiva emerge una versione più calda e umana: la leggenda dei tredici Pellegrini.
I pellegrini, di ritorno da un santuario sull’Isola di San Giulio (Lago d’Orta), stanchi e senza meta, decisero di fermarsi e fondare una comunità e, per sfamarsi, sacrificarono l’unico asino che avevano.
Qui la leggenda si lega anche all’origine del Tapulone, piatto tipico locale poiché, essendo la carne d’asino troppo dura, fu sminuzzata finemente e cotta a lungo nel vino rosso.
Sebbene storicamente falsa, la leggenda ha una forte connotazione storica; infatti, secondo alcuni il numero 13 potrebbe riferirsi alla fondazione di Borgomanero, ovvero a tredici famiglie capostipiti o terreni assegnati nella prima lottizzazione.
Inoltre, il riferimento al pellegrinaggio sottolinea la vocazione di Borgomanero come luogo di transito ed ospitalità.
Anche il Tapulone e l’asino rispecchiano la storia rurale dell’epoca, poiché i bovini, preziosi per il lavoro agricolo e la produzione del latte, spesso non venivano macellati, a differenza dell’asino, mezzo di trasporto dei poveri.
La ricetta del Tapulone rendeva la sua carne più commestibile; così la leggenda dei tredici Pellegrini, oltre a nobilitare una realtà di ingegno contadino, trasformava un pasto povero in un atto fondativo.
Lo sviluppo economico di Borgomanero e le prime strutture religiose
Nella seconda metà del XIII secolo Borgomanero visse una forte crescita demografica poiché, grazie al suo status giuridico, funse da potente magnete sociale, innescando un vero e proprio esodo dalle campagne vicine.

Infatti, nel contesto feudale dell’epoca, la popolazione rurale viveva spesso in condizioni di semi-libertà o servitù della gleba, gravata da oneri fiscali pesanti e corvées (lavoro gratuito obbligatorio).
Novara usò il diritto come arma di popolamento poiché, chi si trasferiva a Borgomanero, costruendovi una casa e risiedendovi per un determinato periodo, solitamente oltre un anno e un giorno, acquisiva libertà, sciogliendo i vincoli con il precedente signore feudale.
Inoltre, gli abitanti godevano di importanti esenzioni fiscali, come i dazi sui beni di consumo, oltre al diritto di tenere mercati liberi, rompendo il monopolio commerciale dei castelli vicini.
All’epoca i borghi dipendevano soprattutto dalla gestione delle acque, così furono scavati piccoli canali su cui sorsero mulini, macina da grano e piccole botteghe per lavorare la lana.
Si diversificò anche l’agricoltura: mentre la pianura produceva cereali, sulle colline iniziò la coltivazione a vite, poiché il vino era preziosa merce di scambio verso le valli alpine.
Nel XIII secolo, insieme alla crescita civile ed economica, si consolidarono due strutture religiose, pilastri della vita comunitaria:
- la Chiesa di San Leonardo
- la Collegiata di San Bartolomeo
La chiesa di San Leonardo, più antica, era lungo la direttrice di transito e fungeva da Hospitale per accogliere pellegrini e viandanti.
Nota: L’Hospitale medievale era una struttura caritatevole situata lungo le vie di transito, destinata a offrire rifugio e accoglienza a pellegrini e viandanti. Diversamente dall’ospedale moderno, la sua funzione primaria non era la cura medica, ma il ricovero indifferenziato per poveri e viaggiatori bisognosi di assistenza materiale e spirituale.

Poi, con l’aumento della popolazione, si sviluppò la chiesa di San Bartolomeo, divenendo centro del potere ecclesiastico e delle assemblee cittadine, sebbene la struttura medievale sia stata cancellata dalle ricostruzioni successive.
Anche Borgomanero, pur sotto la giurisdizione di Novara, sviluppò ben presto un autogoverno che, assistito da un Consiglio degli Anziani (Credenza) formato dai capifamiglia locali, gestiva:
- manutenzione delle strade
- pulizia dei fossati
- la piccola giustizia
Nel 1348, la Peste Nera che colpì l’Europa arrivò anche nel novarese e Borgomanero pagò il suo tributo di sangue con calo demografico e rallentamento dei commerci.
Tuttavia, non scomparve come altri piccoli villaggi rurali, sia per il mercato, che garantì sicurezza alimentare anche durante le carestie, sia per la struttura assistenziale dell’hospitale San Leonardo.
Verso fine XIII secolo, oltre alle lotte intestine tra Guelfi e Ghibellini, i Conti di Biandrate si allearono con forze ostili a Novara, come i Visconti di Milano, tentando più volte di riconquistare il territorio.
In risposta, Borgomanero rinforzò le difese con torri in muratura, instituendo una milizia locale di cittadini maschi, chiamati a turni di guardia regolari.
Fu in tale clima di incertezza che, nella prima metà Trecento, famiglie come i Tornielli iniziarono ad acquisire influenza, prefigurando il processo di rifeudalizzazione del secolo successivo.
Borgomanero tra Signorie e battaglie campali
A metà del XIV secolo l’epoca dei Liberi Comuni tramontava in tutta l’Italia settentrionale, schiacciata dall’ascesa delle Signorie, e la storia di Borgomanero cambiò radicalmente.

L’assoggettamento di Novara ai Visconti di Milano trascinò con sé anche Borgomanero che, se prima rispondeva a consoli novaresi, in un rapporto quasi familiare di “madrepatria-colonia”, dal 1350 dipese da una corte ducale lontana e centralizzatrice.
La trasformazione fu lenta ma inesorabile: gli Statuti novaresi, riformati sotto l’influenza viscontea, erosero progressivamente il potere delle comunità locali.
Il Podestà inviato a Borgomanero smise di essere un garante della giustizia locale, trasformandosi in un funzionario ducale con due compiti primari:
- assicurare la fedeltà politica ai Visconti
- garantire il regolare flusso delle imposte verso le casse milanesi
Inoltre, la posizione di Borgomanero, che un tempo servì a Novara per contenere i Conti di Biandrate, fu riconvertita dai Visconti per fronteggiare nemici di caratura ben superiore:
- i Marchesi del Monferrato a sud-ovest
- i bellicosi Savoia dal Piemonte occidentale
Vennero rinforzati fossato e mura e, fu in questa epoca di guerra che la pianta a scacchiera di Borgomanero rivelò la sua utilità militare, poiché permetteva rapidi spostamenti delle truppe interne da una porta all’altra.

Milano, per ripagare i debiti di guerra, concesse diverse terre in feudo a famiglie nobili fedeli alla corte; così nella prima metà del Quattrocento Borgomanero andò alla nobile famiglia novarese Tornielli, che acquisì diritto di:
- nominare i podestà
- riscuotere le tasse
- amministrare la giustizia civile e penale
- gestire i lucrosi dazi su mercati e mulini
Qui Borgomanero, forte della sua secolare vocazione alla libertà, ingaggiò una continua dialettica con i nuovi signori, spesso mantenendo l’autonomia nella gestione dei beni comuni, come acque irrigue e pascoli.
Lo scontro decisivo del 1449 e Bartolomeo Colleoni
Uno degli eventi più importanti nella storia di Borgomanero, spesso sottovalutato, fu la battaglia omonima del 22 aprile 1449 poiché, oltre a bloccare l’espansione sabauda verso la Lombardia, consolidò il controllo di Francesco Sforza sul Novarese.
Nel 1447, la morte senza eredi maschi di Filippo Maria Visconti e la proclamazione dell’Aurea Repubblica Ambrosiana gettarono Milano nel caos, così Savoia e Venezia ne approfittarono per smembrare l’ex dominio visconteo.

Nell’aprile 1449 un reggimento sabaudo penetrò nel novarese, tentando di attestarsi sul Ticino e portare il confine piemontese alle porte di Milano.
In risposta lo Sforza inviò una guarnigione guidata dal bergamasco Bartolomeo Colleoni, uno dei migliori condottieri dell’epoca, che scelse Borgomanero come campo di battaglia, sia per la sua pianta a scacchiera che per le naturali difese idriche dell’Agogna.
Il contatto avvenne il 22 aprile a sud della città.
Secondo le ricostruzioni, le truppe sabaude, oppure i loro mercenari svizzeri violarono il codice cavalleresco, uccidendo a sangue freddo i cavalieri disarcionati invece di chiederne il riscatto.
Tale barbaria indurì la determinazione dei milanesi che, guidati dal Colleoni, ruppero le linee sabaude, costringendole ad una ritirata oltre il Sesia.
La vittoria ebbe effetti cruciali:
- gli Sforza, messo in sicurezza il fronte occidentale, si concentrarono sulla presa di Milano e Vigevano, evitando così l’accerchiamento
- i Savoia ridimensionarono le pretese e, con la pace dell’ottobre 1449, rinunciarono a espandersi nel novarese
- la battaglia confermò il ruolo di Borgomanero come baluardo essenziale per la sicurezza dei possedimenti milanesi
Il Rinascimento di Borgomanero e la crescita delle corporazioni
Con l’avvento degli Sforza (1450) il borgo visse una sorta di rinascimento locale, poiché la strategia ducale cambiò: non più solo prelievo fiscale, bensì investimenti in infrastrutture idriche e agricole.

Infatti il Quattrocento, nonostante le guerre, lasciò in eredità a Borgomanero diverse bellezze, come la chiesa di San Leonardo, oggetto di una pregevole campagna decorativa.
L’autore, noto come il Maestro di Borgomanero, con opere come l’Ultima Cena o le Teorie di Santi ci ha donato preziosi documenti storici visivi.
I personaggi biblici indossano abiti contemporanei al pittore, offrendoci uno spaccato di moda e status sociale di una borghesia mercantile che iniziava ad avere risorse da investire nell’arte e nella salvezza dell’anima.
Infatti verso fine secolo Borgomanero divenne snodo fondamentale della regione per il transito di ferro lavorato, lane e spezie verso il Sempione.
Nacquero le corporazioni di mestiere (fabbri, calzolai, conciatori) che, attraverso regole rigide, controllavano la qualità dei prodotti, proteggendosi dalla concorrenza dei forestieri.
Poi, nelle campagne circostanti si affermò definitivamente il sistema della Cassina: grandi complessi rurali autosufficienti che, gestiti per conto di enti ecclesiastici o nobili, razionalizzarono la produzione agricola.
Infine, le colline di Boca e Maggiora divennero la vigna di Borgomanero, producendo vino destinato sia all’autoconsumo che all’esportazione verso valichi alpini e pianura lombarda.
Dal dominio spagnolo all’amministrazione dei Savoia
Il Cinquecento portò le Guerre d’Italia (1494 – 1559) e Borgomanero, tra il fiume Sesia e il Ducato milanese, divenne corridoio per gli eserciti che si contendevano l’egemonia europea.

Con la Pace di Cateau-Cambrésis del 1559 il Novarese passò alla Monarchia Spagnola e Borgomanero dovette convivere con una fiscalità opprimente, necessaria a finanziare le continue guerre dell’Impero.
Inoltre visse il flagello degli alloggiamenti militari: le truppe di passaggio vennero ospitate forzatamente nelle case e gli abitanti costretti a sostenere vitto e alloggio, subendo spesso soprusi e furti.
Fu proprio in questo periodo difficile che, l’eredità del vecchio podestà Giacomo Mainerio ritornò baluardo di libertà, dimostrandosi più forte dell’arroganza imperiale.
Infatti il toponimo Burgus Mainerius rimase intatto negli atti ufficiali, spesso usato dai notai come scudo giuridico, per rivendicare gli antichi privilegi di borgo franco contro le continue tasse imposte da Madrid.
Il Marchesato degli Este e il dramma della peste
Nel Seicento, la cronica necessità di denaro della corona spagnola portò ad una massiccia vendita di feudi; così Borgomanero fu eretta a Marchesato e concessa agli d’Este di San Martino, ramo cadetto dei Duchi d’Este di Ferrara e Modena.
La signoria, a differenza dei vecchi feudatari medievali arroccati nei castelli, scelse Borgomanero come una delle loro residenze privilegiate, edificandovi Palazzo d’Este, centro del potere politico.
Così la città divenne il centro di un vasto marchesato, ottenendo tribunali propri amministrati da funzionari estensi, evitando ai cittadini di recarsi fino a Novara per le cause legali.
Tuttavia, Borgomanero non si fece abbagliare dallo splendore della corte, ingaggiando frequenti battaglie legali contro i marchesi per difendere i loro diritti, a riprova che l’antico spirito ribelle non era stato domato.

Nel 1630 arrivò la peste, immortalata anche dal Manzoni, giunta nel novarese soprattutto attraverso i Lanzichenecchi che scendevano a devastare Mantova.
Mentre nelle aree esterne si allestirono lazzaretti di fortuna, da cui raramente si faceva ritorno, dentro le mura iniziò la mattanza: si stima che Borgomanero abbia perso tra il 30% e il 40% della popolazione, un trauma demografico spaventoso.
Di fronte all’impotenza medica del tempo, la città rispose con la fede, consolidando il culto di San Rocco, protettore dagli appestati, e facendo voti solenni alla Vergine Maria.
Infatti, la storica devozione mariana di Borgomanero affonda le sue radici più salde proprio in quegli anni di morte nera.
Terminata la peste, sulla spinta della forte devozione religiosa, l’antica chiesa di San Bartolomeo, ormai inadeguata, fu demolita e ricostruita con grandi navate luminose, quasi a simbolo di rinascita.
L’inizio del Settecento fu cruciale per la storia di Borgomanero, poiché stava per dire addio all’orbita milanese per entrare in quella dei Savoia.
Nel 1700, con la morte dell’ultimo re spagnolo scoppiò la guerra di successione, nella quale si colloca la celebre vittoria piemontese nell’assedio di Torino del 1706.
La firma del Trattato di Utrecht del 1713 pose fine alla guerra, il Ducato di Milano fu smembrato e Borgomanero, insieme a una vasta porzione del novarese, dopo il trattato di Vienna del 1738 fu assegnata a Vittorio Amedeo II di Savoia.
Per Borgomanero non fu solo un cambio di bandiera, bensì l’ingresso in un sistema di potere radicalmente diverso.
Mentre l’amministrazione spagnola era spesso decadente e permissiva verso i privilegi locali, quella sabauda era una macchina militare e burocratica, ma spesso efficiente.
I funzionari inviati da Torino ridussero i residui feudali, poi nel 1752 si estinse la linea maschile degli Este di San Martino e, secondo le nuove disposizioni sabaude, il feudo non poteva né essere trasmesso per via femminile, né venduto liberamente.
Così il marchesato di Borgomanero cessò legalmente di esistere come entità semi-autonoma e il territorio fu devoluto alla Corona.
Il passaggio di Borgomanero al Regno di Sardegna e le riforme sabaude
Borgomanero perse il prestigio dei tribunali feudali e della corte estense, ma guadagnò in stabilità, ordine pubblico e con le innovative riforme agrarie dei Savoia.

Tuttavia, vi furono anche le riforme catastali, per censire la ricchezza reale e tassarla in modo apparentemente più equo rispetto alle arbitrarie stime medievali, ma in realtà, anche per estendere orizzontalmente la pressione fiscale.
La relativa tranquillità sabauda finì nel 1796 con l’arrivo di Napoleone Bonaparte: Borgomanero confluì prima nella Repubblica Cisalpina e successivamente nel Regno d’Italia napoleonico, vivendo un profondo shock culturale e sociale.
Da un lato, la soppressione degli ordini religiosi e la confisca dei beni ecclesiastici innescarono un enorme trasferimento di ricchezza, poiché la borghesia locale acquistò immobili e terreni a prezzi vantaggiosi.
Questo le permise di accumulare capitali con cui, decenni dopo, avrebbe finanziato la prima industria locale.
Dall’altro la modernizzazione fu imposta per decreti, come la Stato Civile e il sistema metrico decimale, spazzando via le antiche unità di misura locali.
Ma l’aspetto che più di tutti creò fortissimo malcontento fu la leva di massa, che portò molti giovani di Borgomanero a combattere le battaglie della Grande Armée, morendo nei campi di battaglia europei.
Il Risorgimento: il contributo di Borgomanero all’Italia
Con la Restaurazione del 1814, i Savoia trovarono una Borgomanero radicalmente cambiata poiché, come in altre parti del Piemonte, alcune idee di libertà seminate dai francesi, ormai avevano attecchito.
Prima di proseguire è doveroso informare che, nel corso dei decenni successivi, la narrazione locale ha talvolta magnificato numeri e gesta di quanto segue.
Quindi questa ricostruzione rispecchia, o almeno cerca, ciò che realmente accadde in quei giorni incandescenti del marzo 1848.
I volontari delle Cinque Giornate di Milano e i fratelli Maioni
Per comprendere appieno l’apporto di Borgomanero alle Cinque Giornate di Milano, occorre sapere che all’epoca non era solo un borgo agricolo e commerciale, bensì un centro pulsante di ideali liberali.
Il 1848, conosciuto come la Primavera dei Popoli, aveva portato Re Carlo Alberto di Savoia a concedere lo Statuto il 4 marzo, scatenando l’entusiasmo patriottico anche nelle piazze di Borgomanero.
Poi tra il 18 e il 19 marzo, giunsero le prime notizie confuse di una sollevazione popolare a Milano contro il maresciallo Radetzky.

Secondo cronache locali, conservate e studiate in archivi come quelli della Fondazione Marazza, la notizia dell’insurrezione milanese arrivò a Borgomanero con messaggeri a cavallo provenienti da Arona e dal lago Maggiore.
L’effetto fu immediato: il centro della vita cittadina, che ruotava attorno alla Piazza Maggiore (oggi Piazza Martiri) e alla Collegiata di San Bartolomeo, si trasformò rapidamente in un punto di raccolta.
A differenza delle grandi città, dove l’organizzazione era spesso guidata da nobili o intellettuali, a Borgomanero la risposta fu trasversale e spontanea, dove operai, artigiani e commercianti iniziarono ad organizzarsi.
I Decurioni (l’equivalente dell’attuale consiglio comunale), pur nella cautela del loro ruolo istituzionale sotto un governo sabaudo ancora titubante, non li ostacolarono.
Furono raccolti vecchi fucili da caccia, armi bianche di fortuna, scorte di pane e viveri per la colonna in formazione, che poi si avviò lungo la direttrice naturale verso il Lago Maggiore.
Tra il 20 e 21 marzo la strada verso Arona divenne un fiume in piena di carretti, uomini a piedi e messaggeri, poiché confluirono anche altre colonne dalle valli circostanti.

Arrivata ad Arona, la colonna umana si trovò di fronte al Ticino, all’epoca non solo confine geografico, ma anche politico, quindi attraversarlo significava violare i trattati internazionali, un atto di guerra che Re Carlo Alberto non aveva ancora sancito.
I volontari di Borgomanero, ormai uniti a quelli del Cusio e del Verbano, ignorando le formalità diplomatiche passarono in Lombardia con imbarcazioni di fortuna o traghetti controllati dai doganieri piemontesi, che spesso chiusero un occhio o addirittura li incoraggiarono.
Sul ruolo dei ragazzi di Borgomanero una volta giunti a Milano, è difficile ricostruire un quadro realistico, lontano da esagerazioni epiche.
Sembra che buona parte sia giunta a ridosso della città tra il 21 e il 22 marzo, e la loro presenza fu fondamentale non tanto per un singolo assalto decisivo, quanto per la pressione psicologica esercitata sulle truppe austriache.
Infatti la notizia che i piemontesi stanno arrivando terrorizzò le guarnigioni di Radetzky, che temevano di esser prese in una tenaglia tra gli insorti interni e le colonne provenienti dal Ticino.

I borgomaneresi parteciparono al presidio delle porte appena conquistate, come Ticinese o Vercellina, scavarono trincee e rafforzarono le barricate, oltre al soccorso dei feriti e al mantenimento dell’ordine, in una città in preda all’euforia ma anche al caos.
I volontari, tornati a Borgomanero, esibirono trofei come coccarde tricolori e frammenti di equipaggiamento austriaco abbandonato; poi la narrazione diretta dell’eroismo milanese infiammò ulteriormente la città.
Lo spirito che animò Borgomanero nelle Cinque Giornate di Milano è anche l’eredità di personaggi come i fratelli Antonio ed Ercole Giuseppe Maioni.
La loro colpa, agli occhi del regime sabaudo, fu l’adesione ai moti costituzionali del 1821: Ercole, allora studente all’Università di Torino, partecipò alle insurrezioni e per questo fu condannato a morte in contumacia.
Per sfuggire al patibolo, i due fratelli furono costretti all’esilio, morendo senza mai più vedere quell’Italia, per cui tanto avevano lottato.
Antonio Maioni si rifugiò in Svizzera, nel Canton Ticino, vivendo a Lugano protetto dalla rete dei liberali locali e morendovi il 25 settembre 1830.
Il fratello Ercole fuggì prima a Marsiglia, poi approdò a Filadelfia (Stati Uniti d’America) e infine raggiunse Cuba, dove morì di febbre gialla il 23 settembre 1825, a soli 25 anni.
Il fatto che i fratelli Maioni avessero pagato con l’esilio la fedeltà al tricolore, per la generazione successiva di Borgomanero, era un conto in sospeso con la storia, che ora bisognava saldare.
Dopo il 23 marzo, quando Carlo Alberto dichiarò finalmente guerra e l’esercito regolare attraversò il Ticino, Borgomanero divenne una retrovia logistica cruciale.
L’Ospedale e le strutture caritatevoli accolsero i primi feriti dal fronte lombardo, mentre le famiglie aprirono le case per ospitare profughi o soldati di passaggio.
Fu in questa fase che si cementò il legame tra Borgomanero e la causa nazionale, perché non si trattava più di un moto impulsivo di pochi coraggiosi, ma di uno sforzo collettivo che ormai coinvolgeva clero, borghesia nascente e popolo.

Infatti la storia di Borgomanero ricorda come il Risorgimento non fu confinato solo a Re e Generali, poiché vide contadini, artigiani e commercianti piemontesi aiutare i fratelli milanesi, abbattendo, prima degli eserciti, le secolari barriere che dividevano l’Italia.
La memoria di quei giorni è rimasta scolpita anche nella toponomastica cittadina, ricordando che Borgomanero non è rimasta a guardare mentre, a pochi chilometri di distanza, si scriveva la storia d’Italia.
Dopo la Battaglia di Novara (o della Bicocca) del 23 marzo 1849, che decretò sia la fine della Prima Guerra d’Indipendenza che l’abdicazione di Carlo Alberto, per la città iniziò una breve ma pesante occupazione.
Infatti l’Armistizio di Vignale del 24 marzo impose dure condizioni, tra cui l’occupazione austriaca dei territori tra Po, Sesia e Ticino fino al trattato di pace e Borgomanero ricadde in questa zona cuscinetto.
L’occupazione fu breve, poiché terminò nell’agosto dello stesso anno; tuttavia fu dolorosamente simbolica oltre che gravosa, poiché alle comunità locali fu imposto il mantenimento delle truppe.
Così, mentre Borgomanero visse pesanti requisizioni di foraggio e vitto, tornò l’odiosa pratica degli alloggiamenti forzati nelle case private, triste retaggio del dominio spagnolo.
La vita pubblica si congelò ed i sentimenti patriottici furono costretti alla clandestinità.
L’industrializzazione di Borgomanero e la nascita della Festa dell’Uva
Con la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, tre anni dopo fu inaugurata la linea ferroviaria Novara-Gozzano.
Borgomanero si trovò connessa a sud con i porti di Genova, a ovest con le industrie di Torino, ad est con quelle di Milano, poi la successiva apertura del traforo del Sempione, le avrebbe spalancato i mercati del nord Europa.
La rapida disponibilità di carbone e ferro permise l’apertura di fabbriche locali, oltre ai primi grandi stabilimenti tessili, come la tessitura Maioni e le officine meccaniche.

Nel contempo, lo storico mercato di Borgomanero divenne punto di riferimento commerciale per l’intero Alto Novarese, esportando rapidamente prodotti agricoli verso le metropoli industriali.
Inoltre, il tessuto urbano iniziò ad espandersi fuori dall’antica cerchia muraria, con nuovi assi viari alberati, prefigurando la futura e moderna Borgomanero.
Anche l’architettura rifletteva il nuovo benessere, con il sorgere di ville in stile Liberty e palazzi borghesi, mentre il Teatro cittadino diventava centro della vita mondana.
Di riflesso, l’industrializzazione iniziò a spopolare le campagne circostanti, spingendo molti contadini a trasformarsi in operai o emigrare verso le Americhe.
Nel 1912 Borgomanero, in piena espansione, inaugurò il nuovo Ospedale della Santissima Trinità, frutto della filantropia locale.
La crescita si arrestò bruscamente con la Prima Guerra Mondiale che, anche a Borgomanero, impose un altissimo tributo di sangue tra i giovani, accelerando la crisi sociale del dopoguerra.
Con l’ascesa del fascismo, le istituzioni democratiche furono smantellate, le associazioni libere vennero sciolte e il sindaco eletto fu sostituito dal Podestà di nomina governativa.

Il regime lasciò la sua impronta sia con edifici in stile razionalista, sia e soprattutto nel folklore, quando nel settembre 1936 nacque la Festa dell’Uva.
Sebbene l’intenzione fosse politica, legata alla propaganda rurale del regime, a Borgomanero la Festa dell’Uva assunse una connotazione fortissima, quasi viscerale.
La festa celebrava il legame tra la città e le colline colorate da viti di Boca e Maggiora, anche attraverso la sfilata dei carri allegorici, costruiti nei vari rioni.
Così, mentre le osterie servivano Tapulone e vino, Borgomanero univa il suo secolare legame alla terra con la leggenda medievale dei tredici pellegrini.
Dalla Resistenza al miracolo economico moderno
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la posizione geografica di Borgomanero, come nel Medioevo, divenne determinante, poiché cerniera tra la pianura controllata dai nazifascisti e le montagne della Valsesia, roccaforti partigiane.
Per quasi due anni la città visse in un clima di terrore, fungendo spesso da luogo di incontri clandestini tra partigiani o per scambi di prigionieri.
L’eredità di Achille Marazza
La figura titanica del periodo fu l’avvocato Achille Marazza, dirigente del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia).
Marazza, il pomeriggio del 25 aprile 1945 a Milano, mentre la città ribolliva per l’insurrezione ormai imminente, nel palazzo dell’Arcivescovado di Piazza Fontana, si consumava l’ultimo atto del regime.
Il cardinale romano Alfredo Ildefonso Schuster, per evitare l’inutile bagno di sangue finale, riuscì a organizzare un incontro, mediando tra vertici fascisti e delegati della Resistenza.
Parteciparono Benito Mussolini, il Maresciallo Rodolfo Graziani, il generale Raffaele Cadorna, Riccardo Lombardi e Achille Marazza.
Nel dopoguerra Marazza contribuì alla stesura della Costituzione Italiana, poi nel 1948 donò a Borgomanero la propria villa e il parco, creando la Fondazione Marazza, ancora oggi è custode della memoria storica cittadina.
Tra gli anni ’50 e ’60 Borgomanero, sull’onda del Miracolo Economico Italiano, divenne centro direzionale e logistico del Distretto della Rubinetteria del Cusio, sviluppando parallelamente una forte industria meccanica e di precisione.
Il benessere diffuso attrasse una massiccia immigrazione, con la nascita di nuovi quartieri residenziali.
Per non smarrire la propria anima nella modernizzazione, Borgomanero avviò un’operazione di recupero culturale; infatti nel 1975, all’interno della Festa dell’Uva, fu istituito il Palio degli Asini.
La scelta dell’animale non fu casuale, bensì un omaggio alla Leggenda dei 13 Pellegrini e al sacrificio dell’asino, che diede origine al Tapulone.
A differenza dei palii guerreschi di molte altre città, quello di Borgomanero nacque con uno spirito goliardico e autoironico, celebrando tradizioni e allegria piuttosto che potenza.
Si consolidarono anche le maschere cittadine: la Sciora Togna, borghese e benestante, e Carulene, serva fedele e popolare.
Attraverso il loro dialogo dialettale, queste figure rappresentano l’anima di Borgomanero, capace di ridere dei suoi difetti, pur mantenendo unita la trama sociale.
Dagli anni ’80 Borgomanero ha consolidato il suo ruolo di capitale dei servizi nell’area tra Novara ed i laghi.

L’Ospedale della Santissima Trinità è un presidio sanitario di riferimento per un bacino di oltre 100.000 abitanti, mentre la Fondazione Marazza è un forte polmone culturale.
Il centro storico è stato oggetto di riqualificazione, con la pedonalizzazione dei corsi principali, restituendo l’antica trama viaria medievale alla socialità e valorizzando la vista della Collegiata.
Borgomanero ha saputo integrare la sua storia millenaria con la modernizzazione, diversificando l’economia verso turismo e logistica.
Ma ciò che più colpisce è la persistenza della sua memoria.
Il Tapulone viene cucinato regolarmente, l’urbanistica ricalca ancora il Burgus Novus del 1198, mentre la partecipazione di massa alla Festa dell’Uva dimostra come il senso di comunità dell’antico Borgo Franco sia ancora vivo.
Nata per esigenze di guerra, cresciuta grazie al commercio e maturata attraverso industria e cultura, Borgomanero rimane fedele alla visione del suo primo padrino politico, Giacomo Mainerio.
Una città solida, con radici forti; progettata non solo per esistere, bensì per durare e prosperare nei secoli.
Cosa visitare a Borgomanero: guida ai tesori della città
La Collegiata di San Bartolomeo e le architetture sacre
Il monumento più famoso di Borgomanero è l’elegante Collegiata di San Bartolomeo; l’aspetto attuale è frutto di diversi lavori eseguiti tra il XVII e il XIX secolo.
All’interno possiamo ammirare diversi affreschi, oltre alla tela del 1616 con San Carlo Borromeo in gloria del pittore varesotto Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, e il Martirio di san Bartolomeo dell’artista di Oleggio (NO) Giuseppe Antonio Tosi.

La cappella della SS. Annunciata, finanziata dalla nobile Miralda Zappellona, ospita la pala seicentesca dell’Annunciazione del varesotto Antonio Maria Crespi, detto il Bustino.
In posizione periferica troviamo l’antica chiesa di San Leonardo (1125-1150), che conserva l’identità medievale del territorio: di rilievo l’affresco della Madonna con i Santi Pietro e Paolo, attribuito al Maestro di Borgomanero (XV sec.).
La chiesa di San Giuseppe, sede dell’omonima Confraternita, ampliata tra il 1596 e il 1668, divenne un punto di riferimento per l’assistenza durante le epidemie che colpirono Borgomanero.

All’interno possiamo ammirare l’affresco miracoloso della Madonna del Latte (1484) e il capolavoro barocco del pittore milanese Carlo Francesco Nuvolone, il Riposo durante la fuga in Egitto (1636-1643).
Poi la chiesa di San Gottardo, risalente alla prima metà del Seicento: nel 1890 ha ospitato una delle prime riproduzioni italiane della Grotta di Lourdes, per rendere accessibile l’esperienza del pellegrinaggio ai fedeli locali.
Poco distante, l’Oratorio della Santissima Trinità testimonia l’antica funzione di hospitale (luogo di ricovero e accoglienza per forestieri, malati o bisognosi), con una facciata seicentesca e un portale originale in rovere.
Al centro di piazza Martiri della Libertà troviamo la Statua dell’Immacolata, uno dei simboli di Borgomanero, inaugurata nel 1721 per volontà del Marchese Gabriele d’Este ed attribuita a uno scultore di scuola lombarda, probabilmente di Porlezza.

Poco distante, il Monumento ai Caduti, inaugurato il 1° ottobre 1922 ed opera dello scultore Edoardo Tantardini, chiamato affettuosamente Niclin dai borgomaneresi.
Il monumento narra il trauma della Prima Guerra Mondiale: una figura virile in bronzo è immortalata nell’atto eroico di spezzare le catene, mentre un bassorilievo descrive la vita contadina difesa dal sacrificio dei soldati.
Villa Marazza e i palazzi storici di Borgomanero
Il palazzo del Municipio, storicamente noto come Palazzo Tornielli, incarna la transizione dal dominio feudale all’amministrazione civica, sebbene l’aspetto attuale sia riflesso della ristrutturazione barocca avvenuta tra i secoli XVIII e XIX.
Villa Marazza rappresenta il cuore culturale di Borgomanero: nata come casa di villeggiatura settecentesca della famiglia Bonola, divenne proprietà di Achille Marazza, figura chiave della Resistenza e Padre Costituente.

Marazza donò la villa alla comunità: oggi custodisce un patrimonio inestimabile di oltre 120.000 volumi ed i preziosi archivi degli architetti Molli, fondamentali per la storia dell’architettura piemontese.
Villa Marazza fu segnata anche da memorie dolorose, poiché durante l’occupazione tedesca divenne centro di interrogatorio per i partigiani, assumendo il lugubre nome di Villa Triste.
Poi l’elegante Villa Zanetta, palazzina borghese di inizio Novecento, ospita la sede storica del Club Alpino Italiano e dell’ANPI, fungendo da incubatore per la memoria della Resistenza e per la scuola di alpinismo locale.

Il Museo La Manera, nel seicentesco Palazzo Bono: il percorso ricostruisce fedelmente la durezza della vita contadina anche attraverso la ricostruzione di ambienti dell’epoca.
Il Palazzo della SOMS, ovvero la Società Operaia di Mutuo Soccorso, fondata nel 1861, è un monumento alla solidarietà laica di Borgomanero.
L’edificio fu progettato dall’ingegner Marcello Zorzoli nel 1910 e ampliato nel 1929 con l’aggiunta di un sontuoso Salone delle Feste; per decenni fu il centro dell’emancipazione culturale dei borgomaneresi, ospitando corsi serali e teatro sociale.
Il Castello di Vergano e i simboli medievali superstiti
Poi il Castello di Vergano, fondato nel 1283 e divenuto nel 1312 caposaldo della famiglia Tornielli; è l’unica fortezza medievale superstite del territorio e conserva un imponente torrione d’accesso del 1470, un tempo munito di ponte levatoio.

Il caratteristico Ponte del Torrione in pietra, del XVI secolo segnava il confine fatale di Borgomanero, collegando il borgo al Lazzaretto ed al “Prato del Boia”, luogo fuori dalle mura deputato alle esecuzioni capitali.
Infine l’antico mulino del 1540, che sfruttava le acque del torrente Agogna per la macinazione di grano e granoturco, base della dieta locale: un piccolo oratorio annesso ricorda come, per secoli, lavoro e vita spirituale del mugnaio fossero indissolubilmente legati.
