La Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo è l’anima di pietra di Oleggio, il riflesso di un’evoluzione urbanistica, sociale e politica millenaria.
Eretta su progetto del celebre Alessandro Antonelli, autore della Mole Antonelliana di Torino, l’edificio è custode di opere d’arte, affreschi e sede de Museo d’Arte Religiosa, scrigno di memoria del territorio.
Indice:
- Storia della Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo a Oleggio
- Architettura e opere d’arte della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo
- Le antiche confraternite e il Museo d’Arte Religiosa (M.A.R.) di Oleggio
Fino al XVI secolo, il vero baricentro spirituale del territorio era l’antica Basilica di San Michele, attestata già in un documento del 973.
In epoca successiva il nucleo di culto dedicato a San Pietro assunse piena dignità parrocchiale, crescendo in simbiosi con il borgo cittadino finché, intorno al 1500, assunse un possente assetto tardo-gotico.

L’antica chiesa era a navata unica, lungo la quale si aprivano undici o dodici cappelle laterali, plasmate da potere e ricchezze di famiglie facoltose e corporazioni artigiane.
Tra il 1733 e il 1734 il massiccio lascito di Gaspare Gola finanzia un radicale rinnovamento in stile barocco, che arricchisce coro, presbiterio e sacrestia.
Storia della Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo a Oleggio
Arriviamo all’Ottocento, secolo di litigi istituzionali e stravolgimenti.
A inizio 1845, il testamento della nobildonna Rosa Rosari vedova Mazza inietta l’enorme dote di 40.000 lire di Piemonte nelle casse della parrocchia, per ampliare la chiesa o riedificarla, allineandola al nuovo prestigio cittadino.
Il progetto di Antonelli e lo scontro istituzionale
L’arciprete don Bertotti affida i lavori al celebre architetto Alessandro Antonelli, autore della Mole Antonelliana di Torino, che risponde con un’opera a pianta centrale, subito ribattezzata dal popolo “La Rotonda”.

L’euforia ecclesiastica si schianta subito contro i bilanci comunali poiché il 9 settembre 1845 il sindaco di Oleggio, l’avvocato Giacomo Tosi, blocca l’impresa per salvaguardare le finanze pubbliche.
Qui inizia la guerriglia istituzionale poiché, ignorando il veto, l’arciprete e i vertici della Fabbriceria schierano le maestranze sul sagrato e avviano le demolizioni.
Il 15 settembre 1845 lo scontro arriva al Senato di Casale, il Supremo Magistrato del Regno di Sardegna e massima corte d’appello per la giurisdizione di Novara ripristinata da re Carlo Alberto, che fulmina il cantiere con un decreto esecutivo di sospensione.
È una pesante sconfitta per la Fabbriceria: obbligo di ripristino dei danni a proprie spese e multa di 50 scudi per occupazione abusiva del suolo pubblico.
Il sindaco Tosi, deciso a silurare Antonelli, affida nuovi progetti, più economici, all’ingegnere Antonio Busser e all’architetto Paolo Rivolta.
Questo logorante braccio di ferro paralizza il cuore di Oleggio, riducendo l’attuale Piazza don Bertotti a un conteso cumulo di macerie.
Lo stallo si rompe solo nel 1848, con l’inaspettata morte del sindaco Tosi; il suo successore, l’avvocato Edoardo Mazza, con sottile diplomazia sigla la pace tra curia e municipio.
Il compromesso salva Antonelli, ma lo inchioda a un ferreo vincolo contrattuale: riprogettare la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo sotto il tetto massimo di 200.000 lire.
Il boom demografico di Oleggio e la nuova riedificazione
Nel 1852 don Bertotti firma la perizia di demolizione della vecchia chiesa, sia per il degrado strutturale di un soffitto che minaccia rovina, sia per l’emergenza spazi divenuta insufficiente alla crescita demografica.
Infatti, i 2.000 posti dell’antica pieve sono ormai un’inezia per una popolazione esplosa a 8.000 abitanti.

Questo boom demografico è il riflesso del miracolo economico locale, trainato dalla gelsibachicoltura e dall’ascesa del settore tessile cittadino, calamita per nuova manodopera.
Così, la vecchia pieve cade per assecondare il respiro di una Oleggio in piena espansione.
Dalla riedificazione, che richiede cinque anni di cantiere, dal 1853 al 1858, prende forma l’attuale Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, con pianta basilicale a tre navate, poi consacrata nel 1868.
Per gli abbellimenti interni si attende fino al 1898, quando, per accendere di colore le volte e l’area absidale, vengono chiamati alcuni dei più grandi maestri dell’epoca: il pittore Luigi Morgari, l’ornatista Pietro Elia e la torinese Ditta Minoja.
Poi nel 1922, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo si inonda di nuova luce con l’installazione di diverse vetrate policrome.
Alla fine degli anni ’60, senza più ricambio generazionale, le storiche confraternite si estinguono e gli oratori (integrati nella chiesa), un tempo cuori pulsanti di devozione, scivolano nell’abbandono, trascinando nel degrado un inestimabile patrimonio artistico e la collezione di ex-voto.
Nel 1970, a frenare questa emorragia di memoria interviene il nuovo arciprete, Padre Augusto Mozzetti.
Intuito il rischio di disperdere parte delle radici di Oleggio, avvia un recupero dei tesori appartenuti alle corporazioni e dalla sua tenacia nasce il Museo d’Arte Religiosa (MAR).
Architettura e opere d’arte della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo
La facciata neoclassica è opera diretta, sia nella concezione sia nell’esecuzione, dell’architetto Paolo Gaudenzio Rivolta (1818-1873).

L’imponente loggiato è retto da quattro colonne monumentali, i cui fusti sono realizzati in granito bianco di Montorfano e poggiano su basamenti in granito rosa di Baveno, coronate in sommità da capitelli corinzi.
L’impresa, per la comunità dell’epoca, fu titanica: i blocchi navigarono fino al Porto del Ticino di Oleggio, per essere poi trascinati in cantiere a forza animale su carri realizzati apposta.
L’interno della Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo si svela in tre grandi navate, con colonne e pilastri per domare il peso delle ampie volte a botte che sovrastano l’assemblea.
Il cuore della dll’edificio è il presbiterio, di matrice settecentesca, poiché salvato dalle demolizioni dell’Ottocento grazie a rigidi vincoli testamentari, con al centro l’elegante Altare Maggiore in marmo bianco.

Sopra il presbiterio si erge la cupola, affrescata nel 1898 dal torinese Luigi Morgari con figure sacre e narrazioni teologiche, racchiuse tra le architetture prospettiche dell’ornatista Pietro Elia.
Tra le diverse opere della chiesa troviamo la Madonna in trono con il Bambino e i Santi Giovanni Battista ed Evangelista, eseguito nel 1547 dal vercellese Bernardino Lanino (1512-1583), allievo del celebre Gaudenzio Ferrari.
Sulla controfacciata sinistra ammiriamo l’Immacolata Concezione, eseguita nella prima metà del Seicento del pittore Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, che esprime la potenza emotiva dell’arte post-tridentina (dopo il Concilio di Trento).
Poi la Statua di Enrico Stanislao Verjus, eseguita a cavallo tra Ottocento e Novecento, che celebra il missionario oleggese (1860-1892) divenuto il primo vescovo cattolico in Papua Nuova Guinea.
Il ritmo devozionale delle navate è invece dettato dalla Via Crucis: litografie ottocentesche su carta acquerellata, sfornate a Parigi dalle officine M.me V.Ve Turgis e dalle Litografie Lemercier.

Gli altari storici e le vetrate policrome
Tra gli altari spiccano quello del Santissimo Crocefisso, mentre nell’Altare della Madonna del Rosario, in un’urna lignea riposano le reliquie di San Vitale, martire estratto dalle catacombe romane e traslato a Oleggio.
Poi l’Altare di San Giovanni Bosco, eretto nel 1946: un ex voto civico forgiato dalle offerte degli oleggesi come ringraziamento per la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Nel primo Novecento parte il “cantiere della luce”, un ciclo di 28 vetrate policrome del mastro vetraio milanese Giovanni Da Re, mentre nel 1927 viene collocato in controfacciata l’imponente Trionfo dell’Eucarestia, monumento al Congresso Eucaristico Diocesano celebrato a Oleggio nel 1922.

Le antiche confraternite e il Museo d’Arte Religiosa (M.A.R.) di Oleggio
Il polso devozionale e sociale di Oleggio batteva attraverso sei confraternite laicali; potenti corporazioni radicate nel mondo agricolo e foraggiate dalla ricca industria serica locale.
L’architetto Alessandro Antonelli, per garantirsi i fondi, evitò di sfidare questo blocco di potere e, per compromesso obbligato, incastrò i tre oratori nei volumi della Chiesa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.
L’Oratorio dei Santi Fabiano e Sebastiano fu ricavato nelle cubature sopra la sacrestia, mentre l’Oratorio del Santissimo Rosario e quello del Corpus Domini furono saldati a ridosso delle navate laterali.
Dagli anni Sessanta del Novecento, i mutamenti sociali spazzano via queste antiche corporazioni, con il rischio che il patrimonio storico e artistico marcisca abbandonato e disperso nelle pievi campestri.
A proteggere la memoria cittadina è l’arciprete Padre Augusto Mozzetti (1917-2004) che, dal 1970, avvia il recupero dei tesori appartenenti a ventisei edifici religiosi del vicariato.
Così, svuotati della loro funzione originaria, gli ex oratori antonelliani rinascono come casseforti della storia locale, dando vita al Museo d’Arte Religiosa (M.A.R.), all’interno della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo e giustamente intitolato al suo fondatore.
Tesori del museo: dipinti, ex-voto e il Drago processionale (H3)
L’esposizione è un concentrato di tesori salvati, come il dipinto La Madonna delle Rose (1510-1515 circa), assegnata al maestro lombardo Bernardo Zenale (1460-1526).
Poi l’affresco trecentesco noto come la Madonna del Castello e La circoncisione di Gesù (1670) del pittore locale Bartolomeo Vandoni, noto con lo pseudonimo di Ghiandone (1603-1676)
Il M.A.R. conserva anche la tradizione tessile oleggese, come lo Stendardo dell’Annunciata, ricamato nel 1817 da Pietro Donato Colombo, e lo Stendardo della Sacra Sindone del XVIII secolo, dipinto a olio da Carlo Antonio Morino.
Poi la scultura lignea “Madonna vestita di seta”, custode di un segreto svelato dal restauro del 2007: sotto le vesti settecentesche è riemerso l’originale scamiciato in damasco di seta blu, testimonianza di quell’industria tessile che ha fondato la ricchezza di Oleggio nei secoli.
Di altissimo impatto identitario è la pianeta in velluto nero appartenuta a Enrico Stanislao Verjus (1860-1892).
Il missionario oleggese, dichiarato Venerabile nel 2016, fu consacrato nel 1889 come Vescovo titolare di Limira e Vicario Apostolico della Nuova Pomerania, l’odierna Papua Nuova Guinea.
Le decine di tavolette lignee ex-voto cristallizzano i terrori e le grazie del mondo contadino, come quella datata 1550 La Madonna di Loreto intercede per giovane muto, prova dell’antichità di questo culto sul territorio.
Infine, a ricordo delle primordiali paure per i raccolti, sopravvive il Drago processionale delle Rogazioni: un minaccioso simulacro in ferro dipinto, agitato per secoli nei riti primaverili per esorcizzare le tempeste e sconfiggere la furia del clima.
