Ciriè, la porta del Canavese: storia e cosa vedere

Situata in una posizione strategica tra la pianura torinese e le Alpi Graie, Ciriè è da sempre considerata la porta naturale del Canavese e delle Valli di Lanzo.

Scoprire la storia di Ciriè significa immergersi in un passato millenario, dalle antiche fortificazioni romane allo splendore delle ville Liberty, tra cultura e monumenti.

In questo articolo vediamo le tappe fondamentali del borgo e cosa vedere a Ciriè, conosciuta anche come capitale del Basso Canavese.

Indice

  1. Le origini e la storia di Ciriè in epoca romana
  2. Ciriè nel Medioevo: tra invasioni e autonomia comunale
  3. Il dominio dei D’Oria e le sfide dell’Età Moderna
  4. L’Ottocento e la trasformazione industriale di Ciriè
  5. Cosa vedere a Ciriè: itinerario tra arte e architettura

Le origini e la storia di Ciriè in epoca romana

Per comprendere la storia di Ciriè occorre analizzarne il contesto geomorfologico, ovvero la zona di cerniera tra l’alta pianura ed i rilievi delle Alpi Graie, ai piedi dell’altopiano delle Vaude.

Tale posizione strategica è determinata dal torrente Stura di Lanzo, poiché Ciriè si colloca sulla sponda sinistra, protetta dalle piene, ma vicina all’acqua per l’irrigazione.

Vista frontale del palazzo D'Oria di Ciriè con giardino e fontana.

L’area è una “porta” naturale per le Valli di Lanzo, passaggio obbligato per persone e merci sin dalla preistoria; questo spiega la continuità abitativa del borgo come luogo protetto e snodo viario essenziale.

Sull’etimologia di Ciriè esistono diverse teorie; secondo alcuni deriva da Cerretum (luogo di cerri), data l’antica abbondanza di querceti, mentre quella più accreditata lega il toponimo ad un antico proprietario fondiario, Cerrettius o Cirius.

Invece è priva di fondamento l’ipotesi che lega l’origine del nome al greco Kyrie (Signore).

La romanizzazione del territorio seguì la fondazione di Torino in età augustea (convenzionalmente dal 27 a.C. al 14 d.C.), rendendo Ciriè un avamposto agricolo e residenziale, probabilmente una sorta di villa fortificata con funzioni di controllo.

L’insediamento sorgeva su una direttrice vitale per il traffico di persone e merci; infatti le monete d’epoca imperiale ritrovate sul territorio attestano lunghi scambi commerciali.

Inoltre è probabile che l’attuale via Vittorio Emanuele II ricalchi un asse o una via romana, poiché la regolarità ortogonale del centro storico sembra essere l’eredità di questa antica pianificazione, sopravvissuta alle trasformazioni medievali.

Lo stesso vale per il territorio: i Romani tracciarono appezzamenti orientati per il deflusso delle acque, le cui tracce geometriche sono visibili nelle odierne mappe catastali tra Ciriè e Nole, diverse dalla logica medievale.

Ciriè nel Medioevo: tra invasioni e autonomia comunale

Anche se la fine dell’epoca romana fu graduale, sul finire del III secolo, data l’instabilità politica e territoriale, le ville di campagna furono fortificate o abbandonate per abitazioni più difendibili e Ciriè, da centro agricolo, iniziò a trasformarsi in un piccolo borgo fortificato.

Con il crollo dei confini romani l’area, defilata rispetto alle grandi arterie consolari, fu parzialmente risparmiata dalle devastazioni peggiori, tuttavia non rimase immune ai flussi migratori.

Portici di Ciriè, con taglio architettonico medievale.

Nel V e VI secolo arrivarono prima i Goti e, dal 568 d.C. i Longobardi, e parallelamente vi fu la prima cristianizzazione tramite le pievi.

È probabile che all’inizio Ciriè gravitasse sulla Pieve di San Maurizio, poi iniziò a consolidare una propria comunità cristiana, ergendo i primi luoghi di culto sulle fondamenta di strutture romane.

Nel 774 d.C. con l’arrivo dei Franchi, la storia di Ciriè seguì quella delle Curtes Regiae, centri di un vasto possedimento fiscale del Re che controllava i boschi circostanti, all’epoca fondamentali per allevamento e legname.

Infatti i successivi diplomi imperiali confermano tale status, garantendo a Ciriè sia autonomia che importanza politica, poiché chi la controllava gestiva una risorsa diretta della corona.

Nel X secolo, la disgregazione dell’Impero Carolingio aprì il terreno alle incursioni di Ungari e Saraceni e, per rispondere all’insicurezza cronica, anche a Ciriè iniziò il fenomeno dell’incastellamento.

Si presume che nello stesso periodo sia sorto l’antico castello, nella posizione meglio difendibile del borgo, attorno al quale si strinsero le abitazioni, a scapito delle ville di campagna, ormai sparse e indifese.

Con tale processo iniziò anche la distinzione tra chi viveva dentro e fuori le mura, così il signore locale divenne il capo militare che garantiva protezione in cambio di sottomissione feudale.

Tra il X e .’XI secolo la storia di Ciriè fu centrale per le strategie degli Arduinici, Marchesi di Torino; infatti furono donati significativi diritti sul borgo all’Abbazia di San Giusto di Susa, fondata nel 1029 da Olderico Manfredi II.

Ciò indica come Ciriè, pur essendo una risorsa economica controllata dai Marchesi di Torino, con il suo inserimento nei beni abbaziali creasse giurisdizioni sovrapposte, quindi contesa tra grandi dinastie e istituzioni ecclesiastiche.

Via Vittorio Emanuele a Ciriè, con vista centrale e lunga e portici ai fianchi.

Nel 1091, con l’estinzione della dinastia arduinica, il Canavese fu teatro di scontro tra potenze emergenti; specialmente Ciriè, in quanto porta delle Valli di Lanzo.

Per gran parte del XII e XIII secolo il borgo gravitò nell’orbita del Marchesato del Monferrato, fungendo da avamposto militare per contenere l’espansione sabauda, oltre che centro commerciale verso la Lombardia.

Le cronache dell’epoca descrivono un territorio militarizzato; poi la crescente pressione sabauda e l’ascesa dei Savoia-Acaia, strinsero il territorio ciriacese in una morsa geopolitica.

Gli Statuti e la nascita della Credenza

Nel contempo nacque l’autonomia comunale di Ciriè che, pur governandosi da sola, riconosceva l’autorità feudale e la società si divise in due classi, spesso in conflitto:

  • i Cives, mercanti e artigiani residenti dentro le mura, godevano di privilegi fiscali, formavano la Credenza e nominavano i Sindaci
  • i rustici, residenti nel contado, legati alla terra e soggetti a oneri feudali più pesanti

Intorno al 1363 la comunità, stanca delle guerre, accettò la protezione di Amedeo VI, detto il Conte Verde, che in cambio confermò le libertà comunali, ed i marchesi del Monferrato furono estromessi dal Canavese occidentale.

Il Castello fu presidiato da un castellano che amministrava giustizia e fisco, rispettando gli statuti locali, e Ciriè divenne un territorio soggetto direttamente ai Savoia, senza intermediari.

Gli Statuti del Trecento rappresentano il patto sociale con la comunità dell’epoca:

  • pene pecuniarie per reati minori
  • pene capitali per quelli di sangue
  • controllo di pesi e misure delle merci, oltre che norme anti frode
  • divieto di gettare rifiuti
  • obbligo di pulizia dei canali (bealere), vitali per i mulini
  • obbligo per i capifamiglia di presidiare a turno le mura

La chiesa di San Giovanni Battista, edificata nel corso del XIV secolo e poi oggetto di rimaneggiamenti, è uno degli esempi più rappresentativi del gotico piemontese, voluta dai Cives come edificio che riflettesse la ricchezza acquisita da Ciriè.

Primo piano dell'altare maggiore della chiesa di San Giovanni Battista.

All’epoca la chiesa era sia luogo di riunione del Comune che custode di documenti preziosi, mentre la torre campanaria scandiva i ritmi del borgo e dava l’allarme in caso di pericolo.

Nel tempo Ciriè, essendo allo sbocco delle Valli di Lanzo, divenne punto di incontro tra economia pastorale alpina e agricola di pianura; mercato settimanale e fiere, protette da franchigie ducali, attirarono mercanti, aumentando introiti e ricchezza.

Il Quattrocento fu anche il secolo della peste, che tornò a visitare il Piemonte a ondate ricorrenti (1450, 1470) e Ciriè, colpita dal contagio, serrò le porte e per entrare richiese la bolletta di sanità.

Sorsero o furono potenziati lazzaretti per i malati, spesso gestiti da confraternite; inoltre si moltiplicarono altari e cappelle votive dedicate ai santi Rocco e Sebastiano, i più invocati contro la peste.

La presenza nel territorio di Ciriè di affreschi quattrocenteschi raffiguranti questi santi è la testimonianza visiva della paura collettiva dell’epoca.

Sempre nel Quattrocento si consolidò la distinzione tra la zona alta del Castello e il borgo, ovvero l’area commerciale lungo la Via Maestra; tuttavia, terminata la peste, la conseguente ripresa demografica saturò lo spazio dentro le mura.

Così si iniziò a costruire in altezza secondo l’architettura delle case mercantili, ovvero fronte stretto sulla strada, spesso con porticato per la bottega e sviluppo interno con magazzini e abitazioni.

Nel contempo i portici iniziarono a formare un sistema continuo, offrendo sia riparo che spazio, favorendo la socialità.

Serie di portici medievali a Ciriè, con leggeri giochi di ombre.

Il dominio dei D’Oria e l’Età Moderna

Nel Cinquecento le cose peggiorarono, poiché il Piemonte divenne terreno di battaglia per le Guerre d’Italia, stretto tra la Francia e l’Impero degli Asburgo.

La storia di Ciriè non visse grandi assedi, tuttavia la città fu esposta al passaggio di eserciti mercenari ed i cittadini dovettero ospitare soldati e fornire risorse, spesso a fronte di rimborsi promessi, e mai elargiti.

Con la Pace di Cateau-Cambrésis del 1559 Emanuele Filiberto riottenne i territori; poi lo spostamento della capitale da Chambéry a Torino, nel 1563, e la necessità di liquidità per riassettare il regno, determinò il destino feudale di Ciriè.

Nel 1576, Emanuele Filiberto di Savoia, erigendo Ciriè a marchesato, la cedette in permuta a Gian Gerolamo D’Oria, patrizio genovese, in cambio di Oneglia e altri possedimenti liguri.

Per i cittadini di Ciriè fu un cambiamento traumatico: abituati a considerarsi sudditi diretti dei Savoia, godendo di autonomia, si ritrovarono improvvisamente vassalli di un signore privato.

Fin da subito l’insediamento dei D’Oria innescò una costante dialettica tra potere feudale e comunale, ed i principali attriti, discussi al Senato di Piemonte, riguardavano:

  • l’esclusiva pretesa dal Marchese su mulini, forni e macelli
  • la contesa sulla nomina del giudice e, quindi, su chi dovesse amministrare la giustizia

Poi i D’Oria compresero che per governare serviva il consenso, così sostennero sia le confraternite locali che le cause di Ciriè a Torino, creando un equilibrio in cui la nobiltà garantiva protezione politica e la borghesia manteneva il controllo di commercio e amministrazione.

Vista dei giardini di Palazzo D'Oria con fontana centrale.

Inoltre i D’Oria trasformarono l’antico castello medievale in un Palazzo di rappresentanza; lo aprirono verso il borgo, affrescarono le sale abbandonando l’austerità militare, mentre sul retro nacque uno spazio verde.

Il Seicento, noto come Secolo di Ferro, fu segnato da guerre, pestilenze e dure condizioni di vita.

Con la morte di Vittorio Amedeo I (1637), il Piemonte precipitò in una sanguinosa guerra civile tra due fazioni:

  • Madamisti, sostenitori della reggente Cristina di Francia (Madama Reale) e appoggiati dai francesi
  • Principisti, filo-spagnoli e legati ai cognati del defunto duca, ovvero il Principe Tommaso e il Cardinale Maurizio

Ciriè, essendo posta lungo le direttrici strategiche tra Torino, Valli di Lanzo e Canavese, subì pesantemente il passaggio degli eserciti, finendo stremata da tributi, ruberie e saccheggi.

Infatti, nonostante il Castello dei D’Oria fungesse da presidio, le vecchie mura erano insufficienti contro le moderne artiglierie, e la comunità pagò costosi riscatti ai comandanti per evitare la distruzione del borgo.

Peste, carestie e la rinascita spirituale

Ma più della guerra, a mietere vittime fu peste del 1630, giunta a Ciriè dai continui movimenti delle truppe, oltre che favorita sia da precarie condizioni igieniche che da una precedente carestia.

Per isolare gli infetti furono allestiti lazzaretti di fortuna in cappelle campestri o cascine isolate, mentre il Consiglio Comunale nominò dei Deputati alla Sanità con poteri quasi dittatoriali.

Raffigurazione del tipico costume della peste, secondo le ricostruzioni del Seicento.

Infatti, questi funzionari potevano ordinare il rogo delle case infette, vietare qualsiasi assembramento e impedire l’ingresso di forestieri sprovvisti della bolletta di sanità.

Il picco di mortalità fu tale che il cimitero della chiesa di San Giovanni Battista divenne insufficiente e fu necessario aprire delle fosse comuni fuori dalle mura.

La fine dell’epidemia nel 1631 fu vissuta come un miracolo, innescando una forte reazione spirituale e artistica; infatti il Seicento divenne il secolo d’oro delle Confraternite, associazioni laiche che, guidate dal clero, gestivano carità e culto.

Fortissima fu anche la devozione alla Sindone, portata a Torino dai Savoia nel 1578, la quale portò all’edificazione della Chiesa di San Sudario, vero gioiello barocco di Ciriè.

Anche la chiesa di San Giovanni Battista fu arricchita, grazie agli ingenti capitali dei D’Oria e della borghesia emergente, sia per il prestigio sociale terreno che per la salvezza dell’anima.

Nella seconda metà del XVII secolo l’economia ciriacese trovò un nuovo motore di sviluppo nella bachicoltura; così nelle campagne iniziò la piantumazione massiccia del Gelso.

L’allevamento veniva gestito nelle case contadine, da donne e bambini, integrando tale attività con l’agricoltura di sussistenza, permettendo a Ciriè di affermarsi come importante centro di raccolta e smistamento.

La bachicoltura favorì la nascita di un ceto di mercanti-imprenditori che, accumulando capitali con la seta, iniziarono a investire in terra e mattone, ponendo le basi per borghesia terriera del Settecento.

Lo stesso secolo segnò la fine dell’anarchia feudale e l’inizio dello Stato moderno centralizzato, poiché Vittorio Amedeo II attuò una politica di ferreo controllo amministrativo.

Portici di Ciriè, con leggeri luci di ombre e la chiesa di San Giuseppe sulla destra.

Il Settecento e l’ascesa della borghesia tra riforme e rivoluzioni

Nei primi decenni del Settecento a Ciriè vi fu la redazione del Catasto, poi il Re ordinò la perequazione tributaria: ogni appezzamento, vigna o casa doveva essere misurato e tassato, indipendentemente dal rango del proprietario, quindi anche per nobili e clero.

Dai registri catastali emerse una Ciriè agricola ma ricca poiché, anche se la proprietà restava concentrata nei D’Oria e negli enti ecclesiastici, una borghesia rurale stava accumulando i terreni migliori.

Inoltre l’amministrazione locale passò dai D’Oria all’Intendente, funzionario regio che verificava bilanci e sindaci e, anche se Ciriè perse autonomia politica, guadagnò in ordine pubblico e certezza del diritto.

Il Settecento portò anche i riflessi dell’Illuminismo e un nuovo approccio all’istruzione, poiché Vittorio Amedeo II sottrasse il monopolio educativo a Gesuiti e religiosi, promuovendo le scuole comunali.

Così l’istruzione primaria iniziò a diffondersi anche tra i ceti non nobili, dato che saper leggere e far di conto era ormai essenziale alla classe mercantile.

Mutarono anche i luoghi di socialità, il teatro affiancò la chiesa come centro di aggregazione e si moltiplicarono le accademie nei salotti nobiliari, mentre nel Palazzo cittadino la famiglia D’Oria, seguendo la moda torinese, ospitava concerti e dibattiti.

Infine le riforme sabaude svuotarono la giurisdizione feudale, i D’Oria pur mantenendo titolo e palazzo, persero progressivamente potere, mentre la giustizia passò quasi interamente ai giudici regi.à

Al vuoto nobiliare subentrò la borghesia delle professioni: notai, avvocati e commercianti occuparono il Consiglio Comunale, governando non più per grazia del marchese, bensì per competenza e peso economico.

Primo piano di edifici medievali in via Vittorio Emanuele a Ciriè.

Infatti spinsero opere utili al commercio, come strade verso Torino e canali irrigui, vedendo nella gestione pubblica uno strumento per affari privati e benessere collettivo.

Il Settecento si chiuse con la Rivoluzione Francese; nel dicembre 1798 Re Carlo Emanuele IV abdicò e le truppe rivoluzionarie entrarono a Ciriè.

I titoli nobiliari furono aboliti, il marchese divenne Cittadino D’Oria e gli stemmi furono scalpellati; poi, con l’annessione del Piemonte alla Francia, Ciriè divenne capoluogo di cantone nel Dipartimento del Po.

Inoltre, con la soppressione delle corporazioni religiose, molti conventi furono acquistati all’asta dalla borghesia locale, sancendo un enorme travaso di ricchezza.

Tuttavia, l’occupazione napoleonica a Ciriè fu vissuta con ambivalenza; apertura verso idee moderne, ma malcontento per leva obbligatoria, requisizioni e tasse.

Il Congresso di Vienna (1814-1815) e la Restaurazione sancirono il ritorno dei Savoia, ma la borghesia di Ciriè, dopo l’esperienza napoleonica, mal sopportava il ritorno della monarchia.

Infatti, nei decenni centrali dell’Ottocento Ciriè partecipò al Risorgimento fornendo un contributo significativo, poiché molti giovani partirono volontari con i Cacciatori delle Alpi nelle Guerre d’Indipendenza.

Inoltre, lo Statuto Albertino del 1848 fu accolto con entusiasmo; la riforma dell’amministrazione comunale rese il Consiglio elettivo su base censitaria, permettendo ai D’Oria e alle famiglie industriali di guidare la modernizzazione.

Elegante serie portici del Palazzo D'oria, con giovani in lontananza.

L’Ottocento e la trasformazione industriale di Ciriè

Un evento importante fu l’apertura della ferrovia Torino–Ciriè: il primo tratto Torino–Venaria venne inaugurato nel 1868, mentre la linea arrivò a Ciriè nel 1869, trasformando radicalmente i collegamenti con Torino, fino ad allora affidati alle diligenze.

L’impatto fu rivoluzionario; il trasporto su ferrovia, veloce ed a basso costo, permise a Ciriè di attirare investimenti industriali, avvicinandola al mercato torinese.

Nella seconda metà Ottocento, mulini e battitoi lasciarono il posto a stabilimenti moderni, come quello della famiglia prussiana Remmert, facendo nascere il primo proletariato di fabbrica.

Sempre nell’Ottocento furono abbattute le mura e al loro posto sorsero ampi viali alberati, mentre piazze lastricate e illuminazione pubblica trasformarono la Via Maestra in un salotto cittadino.

Infine sorsero nuove scuole elementari, il mercato coperto e il Macello Civico, permettendo a Ciriè di entrare nel XX secolo non più come borgo agricolo, bensì come città industriale di primo piano nel Basso Canavese.

Il Novecento: dalle guerre mondiali a oggi

A inizio Novecento nacque una nuova borghesia imprenditoriale che, desiderosa di mostrare il proprio status, edificò villini, spesso in stile Liberty con linee sinuose, ferri battuti e decorazioni in litocemento.

La mancanza di welfare statale fu compensata dall’associazionismo, con al centro la Società Operaia di Mutuo Soccorso che, fondata nell’Ottocento, raggiunse l’apice nel secolo successivo.

Qui operai e artigiani, a fronte di una quota mensile ricevevano sussidi in caso di malattia, infortunio, disoccupazione e per pagare i funerali; inoltre, la Società organizzava corsi serali di alfabetizzazione e gestiva una biblioteca.

Via Vittorio Emanuele a Ciriè, in un giorno di agosto, completamente deserta.

L’industrializzazione massiccia, con condizioni dure, turni di 10-12 ore, lavoro minorile diffuso e salari bassi, rese Ciriè un terreno fertile per il socialismo.

Sfidando l’egemonia di liberali moderati e cattolici conservatori, anche con ribellioni e scioperi, i socialisti guadagnarono consensi, facendo di Ciriè un laboratorio politico del Canavese.

Il progresso fu interrotto nel maggio 1915, con l’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, dove centinaia di giovani ciriacesi, perlopiù contadini, partirono per il fronte nella fanteria, carne da cannone delle trincee.

Diverse industrie convertirono la produzione per esigenze belliche, mentre gli operai furono sottoposti alla disciplina militare, ovvero scioperare equivaleva a diserzione.

Poi, dopo Caporetto (1917) Ciriè accolse ondate di profughi veneti e friulani; furono requisiti locali e razionato il cibo, creando tensioni con i residenti già provati dalla carestia.

Il ritorno dei reduci nel 1918, insieme a disoccupazione e inflazione esasperò definitivamente gli animi; infatti, durante il Biennio Rosso (1919-1920), sull’onda della Rivoluzione Russa, gli operai occuparono fabbriche ed i contadini chiesero terre incolte.

Nel 1919 i socialisti ottennero una vittoria schiacciante, issando la bandiera rossa su Palazzo D’Oria e poco dopo si organizzarono anche i primi Fasci di Combattimento.

La Marcia su Roma dell’ottobre 1922 sancì la presa del potere Fascista e Ciriè entrò nel ventennio della dittatura, inizialmente accolta con sollievo da chi cercava ordine.

Furono aperte nuove scuole, mentre le associazioni libere e la vecchia SOMS confluirono nell’Opera Nazionale Dopolavoro (OND).

Il 10 giugno 1940, con l’entrata dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, Ciriè si trovò in grosse difficoltà poiché, dopo i bombardamenti su Torino del 1942-43, dovette accogliere migliaia di sfollati ed ogni cascina o locale disponibile fu requisito per ospitare i profughi.

La guerra portò il razionamento dei viveri con la tessera per pane, zucchero e grassi e, nonostante la produzione agricola fosse sorvegliata, sorse il mercato nero di beni di prima necessità a prezzi esorbitanti.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 Ciriè fu occupata da tedeschi e repubblichini e, mentre le Valli di Lanzo divennero roccaforti partigiane, la cittadina funse da cerniera con la pianura.

La Ferrovia Torino-Ceres, usata dai nazisti per trasporti verso la montagna, fu spesso sabotata dai partigiani, seguita da feroci rappresaglie con rastrellamenti ed esecuzioni sommarie.

Intorno al 24 aprile 1945, CLN e partigiani circondarono i presidi fascisti di Ciriè, con scontri a fuoco per il controllo di caserma e municipio; poi, grazie alla mediazione del clero locale e alla pressione militare, il presidio tedesco, ormai isolato, accettò la resa.

Il 27 aprile il CLN prese il municipio e Ciriè festeggiò la liberazione dagli occupanti, gioia velata sia dal lutto per i caduti che dalle tragiche rese dei conti.

Nel secondo dopoguerra, grazie ai fondi del Piano Marshall e alla cultura imprenditoriale, la città si agganciò al treno del Miracolo Economico Italiano.

Foto che inquadra una lunga serie di portici, con leggero gioco di ombre e prospettiva.

A differenza di altri centri del Canavese, rimasti legati a un’agricoltura di sussistenza o all’emigrazione verso Torino, Ciriè rafforzò il suo ruolo di polo industriale autonomo.

Diverse industrie tessili ammodernarono gli impianti, mentre il settore cartario ebbe un forte sviluppo grazie alla crescente domanda di imballaggi e carta stampata.

Fu così che la città divenne un magnete occupazionale, ovvero dai paesi delle valli si scendeva a Ciriè per trovare lavoro, innescando un fenomeno demografico senza precedenti.

Poi vi fu la prima migrazione dal Veneto, sia in seguito all’alluvione del Polesine (1951) che alla crisi agraria, poi quella meridionale di fine anni ’50, facendo nascere nuovi quartieri.

Dopo la crisi degli ultimi decenni, Ciriè ha riscoperto la sua aristocrazia perduta, poiché per gran parte del Novecento, Palazzo D’Oria era stato utilizzato impropriamente per uffici e magazzini.

Tra gli anni ’80 e ’90 furono stanziati ingenti fondi per il restauro del Palazzo, dando il via ad un processo identitario, poiché Ciriè, invece di percepirsi solo come città operaia, iniziò a proporsi come polo di arte e turismo, valorizzando il suo ruolo di capitale del Basso Canavese.

Edificio medievale nel centro storico di Ciriè, con sotto un tipico arco dell'epoca.

Poi nacque il Palio dei Borghi, una rievocazione storica ambientata all’inizio del XIV secolo, ispirata al periodo in cui Margherita di Savoia, vedova di Giovanni I del Monferrato, resse le castellanie di Ciriè, Lanzo e Caselle stabilendo la propria dimora nel castello di Ciriè.

Tale celebrazione ha rinnovato l’interesse per la storia locale, mentre i borghi agiscono come catalizzatori di aggregazione, ricucendo il tessuto sociale contemporaneo.

La storia di Ciriè è una delle tante cittadine che, grazie alla sua forte identità, dimostra come anche i centri minori siano i veri motori della storia d’Italia.

Cosa vedere a Ciriè: itinerario tra arte e architettura

Oggi Ciriè è sempre più un polo di arte e turismo, poiché ha saputo valorizzare il proprio passato nobiliare e la ricchezza delle sue architetture, sia religiose che civili.

I palazzi storici: Villa Remmert e Palazzo D’Oria

L’elegante Villa Remmert è legata all’omonima famiglia di origine prussiana che nella seconda metà Ottocento, grazie alle sue attività tessili, portò a Ciriè un notevole sviluppo economico.

Villa Remmert abbraccia dal parco, con alberi verdi dell'estate.

La villa fu edificata tra il 1902 e il 1906 per volere di Emilio Remmert su progetto dell’architetto torinese Pietro Fenoglio, uno dei massimi esponenti del Liberty italiano e famoso per Casa Fenoglio-Lafleur, edificio liberty all’angolo tra via Principi d’Acaja e corso Francia a Torino.

Nel 1988 Villa Remmert fu acquistata dal Comune di Ciriè, avviando un profondo processo di restauro e attualmente ospita mostre di alto livello.

Il parco, originariamente progettato secondo i canoni del giardino all’inglese, sebbene ridimensionato rispetto all’estensione originale, costituisce un polmone verde della città.

Palazzo D’Oria, sede del comune e simbolo del potere feudale a Ciriè, sorse sul sito della precedente fortezza medievale, poi nel XVII secolo divenne una residenza adatta ad ospitare i Duchi di Savoia, specialmente durante le battute di caccia.

Primo piano del palazzo D'Oria, con siepe del giardino e cielo azzurro sullo sfondo.

All’interno, la Quadreria dei Marchesi D’Oria ospita una collezione di ritratti nobiliari raffiguranti i membri della famiglia genovese, potendo ripercorrere la storia di mode e costumi dal Seicento all’Ottocento, oltre a diversi affreschi nelle sale auliche con scene mitologiche.

Palazzo D’Oria ospita anche il fondo storico della biblioteca, custode di volumi antichi e documenti d’archivio fondamentali per la storia di Ciriè e del suo territorio.

La Torre di San Rocco è ciò che resta del sistema difensivo medievale e delle mura che cingevano il borgo nel XIII-XIV secolo e fungeva come torre di avvistamento e difesa.

Il nome San Rocco le è stato attribuito in seguito, per la vicinanza all’omonimo borgo di Ciriè, che a sua volta prese il nome dal santo invocato contro la peste.

Visuale estera della Torre di San Rocco a Ciriè, in un giorno d'estate.

La torre, oltre che testimone della Ciriè guerriera dei Marchesi di Monferrato e dei Savoia, è simbolo identitario del borgo San Rocco, uno dei rioni storici che partecipano al Palio dei Borghi.

Il patrimonio religioso e la chiesa di San Giovanni Battista

La chiesa di San Giovanni Battista risale al XIV secolo ed è il monumento religioso più importante di Ciriè, oltre che un delizioso esempio di gotico piemontese.

La chiesa fu oggetto di diverse modifiche nei secoli; la più radicale avvenne nell’Ottocento sotto la guida dell’architetto vercellese Edoardo Mella e, successivamente, del cuneese Giuseppe Gallo.

Chiesa di San Giovanni Battista, con visuale dall'ingresso che mostra le navate fino all'altare maggiore.

L’interno presenta tre navate con volte decorate: la luce che filtra attraverso alte monofore e rosoni, crea quell’atmosfera mistica tipica degli ambienti medievali.

Tra le opere più apprezzate possiamo ammirare la Madonna del Popolo, attribuita alla bottega del pittore di Chivasso Defendente Ferrari, e l’imponente crocifisso ligneo.

La Chiesa di San Giuseppe, eretta tra il 1632 e il 1647 come ringraziamento per la fine della peste del 1630, per secoli fu legata a corporazioni e confraternite locali, svolgendo un ruolo centrale nella vita devozionale di Ciriè, insieme alla chiesa di San Giovanni Battista.

Primo piano della facciata della chiesa di San Giuseppe a Ciriè.

L’interno, a navata unica e con volta decorata, ospita alcune opere d’arte come la pala dell’Assunzione e Incoronazione della Vergine, attribuita alla bottega o alla scuola del pittore di Chivasso Defendente Ferrari, maestro del Rinascimento piemontese.

La chiesa di San Martino, di origine romanica, risale intorno al X-XI secolo; la sua posizione isolata l’ha preservata da rifacimenti invasivi nei secoli, mantenendo intatta l’atmosfera medievale.

All’interno sono visibili tracce di affreschi medievali, purtroppo frammentari, con rappresentazioni tipiche dell’iconografia romanica.

Chiesa di san Martino a Ciriè, con edifici circostanti e abbracciata dagli alberi verdi dell'estate.

La Cappella di Robaronzino è un gioiello nascosto nella frazione Devesi, all’interno dell’omonima cascina del Seicento, all’epoca un centro di potere agricolo autosufficiente.

La cappella, voluta nel XVIII secolo dal proprietario Antonio Faccio per nobilitare la sua tenuta di campagna, conserva decorazioni e alcune opere d’arte.

La Chiesa del Santo Sudario di Ciriè, sede storica dell’omonima confraternita, venne fondata per promuovere la devozione alla Sacra Sindone, portata a Torino dai Savoia nel 1578.

L’edificio, risalente al XVI secolo, fu oggetto di abbellimenti nei secoli ed è di dimensioni contenute poiché pensato per uso dei confratelli, cerimonie private o culto pubblico in occasioni speciali.

L’interno è decorato con affreschi che richiamano la Passione di Cristo; inoltre conserva una tavola seicentesca raffigurante l’Assunzione.

La chiesa dello Spirito Santo, lungo via Vittorio Emanuele, II fu sede dell’omonima Confraternita, solitamente legata all’assistenza ai poveri e alla gestione di piccoli ospedali o monti di pietà.

Nel Novecento subì danni e periodo di chiusura, poi anche grazie all’associazione culturale ToErgasterion di Ciriè è stata riaperta come spazio per mostre e installazioni artistiche.

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