C’è una sensazione primordiale, antica quanto il tempo, che abbiamo quasi dimenticato: quella della terra che, se ti chini a toccarla, ti rimane sulle dita, quasi a ricordarci chi siamo veramente.
È un’esperienza che, richiedendo la calma di Madre Natura, è ormai rara, poiché oggi, viviamo assuefatti a contesti frenetici e prevedibili, tra asfalto, rumore e ritmi accelerati, che hanno reso la terra invisibile ai nostri occhi.
In questa corsa costante, simile al criceto sulla ruota, abbiamo perso la sincronia con i tempi della natura, la connessione con la terra e, forse, anche parte di noi stessi.
Nota. L’articolo che segue è stato scritto in collaborazione con i volontari del Museo La Manera, il cui contributo è stato determinante.
Indice:
- Museo La Manera di Borgomanero: riscoprire il legame con la terra
- Le origini storiche di Palazzo Bono a Borgomanero
- La nascita del Museo La Manera e la salvaguardia delle tradizioni
- Perché il nome “manèra”? Uno strumento unico di Borgomanero
- Viaggio nella civiltà contadina: tra banchi di scuola e focolari
- Il torchio e il forno comunitario: l’economia morale nelle cantine
- Folclore e didattica: la leggenda dell’Orchino di Cima
- I laboratori esperienziali dell’Associazione Santa Cristina Nostra
- Conclusioni: il Museo La Manera come ponte verso il futuro
Museo La Manera di Borgomanero: riscoprire il legame con la terra
Il Museo La Manera di Borgomanero, nella frazione Santa Cristina, nasce come luogo vivo, dove civiltà contadina e tradizioni popolari sono la chiave per riscoprire quell’antico, primordiale legame tra uomo e terra.

Oltre alla vasta esposizione di oggetti, utensili e arredamenti originali, il museo conserva l’eredità invisibile del territorio, fatta di radici, reti di solidarietà, storie tramandate e il linguaggio che, per secoli, ha definito la nostra identità.
Inoltre, nei laboratori, i bambini delle scuole riscoprono le proprie radici attraverso esperienze pratiche, espressione di quella cultura contadina che, per secoli, è stata il riflesso delle risorse naturali e del modo in cui l’essere umano ha imparato a utilizzarle.
Le origini storiche di Palazzo Bono a Borgomanero
Per comprendere come e perché nasce il Museo La Manera di Borgomanero, occorre partire dalla sua sede, ovvero Palazzo Bono: testimone silenzioso di oltre quattro secoli di storia locale.
Secoli di storia: dai frati cappuccini ai decreti napoleonici
L’edificio, risalente al 1604, fu destinato a religiosi dediti al servizio pastorale, secondo il progetto di Padre Cleto da Castelletto Ticino (1556–1619), frate cappuccino, architetto e ideatore delle cappelle del Sacro Monte di Orta.
Qualche anno dopo, il vescovo di Novara Carlo Bascapè destinò il complesso a seminario o Collegio per la formazione di giovani sacerdoti; tuttavia, le forti difficoltà economiche non ne permisero il pieno avviamento.

Inoltre, vi fu la decimazione dei religiosi a causa della peste del 1630, giunta con il passaggio delle soldatesche che, impegnate nella guerra di successione del Monferrato, depredarono il territorio con distruzioni e saccheggi.
Palazzo Bono rifiorì nella seconda metà del secolo con l’arrivo di nuovi sacerdoti e maggiori disponibilità economiche.
Il Collegio divenne faro di cultura per la comunità locale di Santa Cristina sino a fine Settecento, quando i decreti napoleonici soppressero gli ordini religiosi, confiscandone le proprietà.
Il palazzo poi fu acquistato da Antonio Bono, funzionario napoleonico e membro di una famiglia borghese originaria di Belgirate; alla sua morte, nel 1831, vi si stabilì il nipote Cristoforo con la famiglia, composta da moglie e sette figli.
Il passaggio di Palazzo Bono dalla Chiesa alla nuova borghesia, mutò sia la funzione del complesso, sia il carattere di quella civiltà contadina che, oggi, rivive tra le sale del Museo La Manera di Borgomanero.
Infatti, Cristoforo Bono, avendo ereditato vaste proprietà, divenne tra i maggiori possidenti del novarese, contribuendo sia allo sviluppo dell’economia locale che all’alfabetizzazione del territorio, con la prima scuola pubblica della frazione di Santa Cristina.
La nascita del Museo La Manera e la salvaguardia delle tradizioni
Con la morte di Cristoforo, Palazzo Bono andò ai figli che frazionarono l’edificio in quattro parti, vendendole a diversi acquirenti, tra cui il Comune di Borgomanero che, nel 1991, adibì l’ala principale a scuola elementare.

La frazione di Santa Cristina rimase una realtà contadina fino alla metà del Novecento, quando l’industrializzazione iniziò a svuotare le campagne.
Anche se parte della popolazione locale mantenne l’abitudine di fare l’orto per uso familiare, molti degli antichi attrezzi agricoli furono abbandonati, rischiando la rottamazione.
Fu qui che, un gruppo di locali, girando per il paese e le cascine iniziò a raccogliere attrezzi agricoli e utensili per la casa ormai inutilizzati, con lo scopo di proteggere le tradizioni rurali e gli antichi mestieri del territorio.
Poi, negli anni ’80, fu fondato il Museo della Civiltà Contadina Locale La Manera; tutto iniziò con una raccolta di fotografie della prima metà del Novecento, che riscosse un forte successo.
Nel tempo, il museo è cresciuto in maniera esponenziale grazie a donazioni di antichi attrezzi agricoli, utensili per la casa e materiale fotografico; custodi di storia e radici del territorio.
Oggi, i volontari del Museo La Manera, scrigno di memoria per l’intera comunità, attraverso la vasta esposizione raccontano i valori della civiltà contadina, come il rispetto della natura e dei suoi ritmi, la capacità di non sciupare, di gioire con poco e del saper aspettare.

Inoltre, svolgono attività didattiche con visite guidate, laboratori per le scuole ed eventi dedicati a storia e usanze del territorio; un luogo di incontro per chi vuole riscoprire le proprie radici e l’antico legame tra uomo e terra.
Perché il nome “manèra”? Uno strumento unico di Borgomanero
Il Museo La Manera di Borgomanero espone centinaia di pezzi tra cui attrezzi agricoli e arredamenti dell’epoca: ognuno di essi è portatore di storia e tradizioni, narrate con competenza e passione dai volontari dell’Associazione Santa Cristina Nostra.
Da uno di questi attrezzi della terra, prende nome il Museo: la manèra.
È una sorta di vanga con una lama lunga e affilata, progettata per tagliare con precisione le zolle erbose e rifinire i canali di irrigazione, un’operazione chiamata in dialetto locale “ruscè ‘l prà”.

Il termine la manèra è stato certificato a livello internazionale dal linguista svizzero Paul Scheuermeier (Zurigo, 25 settembre 1888 – Berna, 13 agosto 1973) nel suo celebre studio “Il lavoro dei contadini” del 1943.
Viaggiando per l’Italia, Scheuermeier identificò la manèra come uno strumento esclusivo e tipico del territorio di Santa Cristina e dintorni.
Quindi, possiamo dire che la parola manèra non è un semplice termine dialettale: è un simbolo dell’antico ingegno contadino, riconosciuto dalla scienza europea.
Viaggio nella civiltà contadina: tra banchi di scuola e focolari
La civiltà contadina non seguiva il tempo lineare a cui siamo abituati oggi, bensì un sistema ciclico naturale in cui ogni fase della vita era interconnessa.
I momenti del lavoro, come semina e raccolta, si fondevano con il tempo sacro, segnato da feste patronali e rogazioni; un ritmo vitale in cui fede, socialità e tradizioni accompagnavano ogni singolo gesto.
Nel Museo La Manera rivivi parte di quella antica magia rurale anche attraverso gli ambienti, come la fedele ricostruzione di un’aula scolastica di inizio Novecento.

I banchi in legno massiccio originali, calami e pennini, narrano uno dei cambiamenti più importanti per l’epoca: il passaggio da un’istruzione privata riservata a pochi, alla scuola pubblica per la comunità rurale, e di come l’alfabetizzazione abbia trasformato la vita dei contadini.
Il viaggio prosegue nel focolare domestico, le cucine di una volta; fulcro vitale della famiglia, dove si condividevano gioie, dolori, e dove si prendevano le decisioni più importanti.

Qui sono conservati mobili e utensili dell’epoca, tipici di un’economia di sussistenza, come la “marna”, recipiente per impasti, usata anche per conservare sia il pane che i salami, e la zangola, per la produzione manuale del burro.
È quel luogo, ancora ricco di calore umano, dove le donne di un tempo preparavano il “pän malgón”, fatto con farina di segale e granoturco, poi cotto nel forno comunitario.
L’antica camera da letto, in contrasto con il calore della cucina, rivela la durezza della vita dell’epoca: le stanze spesso ospitavano intere famiglie allargate, condividendo spazi angusti dove la privacy era protetta solo da semplici tende sospese.
Ingegno tecnico nel Museo La Manera: Mulino di San Marco e Cascina Colombera
L’archeologia industriale conservata nelle sale espositive, annovera macchinari che testimoniano l’evoluzione tecnologica e l’ingegno della civiltà contadina.
Uno dei pezzi più affascinanti è la riproduzione dettagliata e funzionante del Mulino di San Marco, rendendo la complessa meccanica idraulica, un racconto comprensibile anche per i non esperti.

L’edificio, risalente al 1540, si trova poco lontano dalla frazione di Santa Cristina: il plastico permette di osservare da vicino le soluzioni tecniche che affascinarono il celebre Leonardo da Vinci.
Infatti, il cuore del meccanismo è il sistema di “ingranaggi a lanterna” studiato dal genio fiorentino nel 1494 per convertire la forza dell’acqua, in movimento per le pietre molari.
Poi il plastico della Cascina Colombera, realizzato in scala 1:40, che svela l’organizzazione della tipica architettura agraria novarese: un “microcosmo autosufficiente”, dove ogni funzione era collegata all’altra.

Accanto alle abitazioni vi erano stalle con i sovrastanti fienili, portici per ricoverare carri e attrezzi, cantine, pollai, stabbi e locali per la conservazione di ciò che veniva coltivato, come patate, cipolle, granoturco…
Ogni spazio, dai fienili all’aia centrale, racconta di una società patriarcale che conviveva e lavorava in un delicato equilibrio di sussistenza, e in totale simbiosi con i ritmi naturali.
Il torchio e il forno comunitario: l’economia morale nelle cantine
Scendendo nelle cantine seicentesche di Palazzo Bono, troviamo il monumentale torchio del 1810; questo gigante di legno e ghisa è il simbolo di una vera rivoluzione economica per il territorio.
Fu acquistato a Milano dalla famiglia Bono per modernizzare la propria tenuta, segnando il passaggio dalla produzione di vino per il solo consumo familiare a un’attività imprenditoriale destinata al commercio.
La sua struttura imponente, documenta sia l’arrivo della tecnologia nelle campagne, sia la nascita del primo capitalismo agrario locale.
Le cantine del Museo La Manera, ospitano anche la bocca in mattoni e pietra, di quello che un tempo fu il forno comunitario di Borgomanero: un vero e proprio fossile di “economia morale” e mutuo soccorso.

Il forno, gestito da una confraternita religiosa, non serviva solo a produrre il cibo quotidiano, poiché le tariffe pagate dai cittadini per cuocere il pane venivano accantonate in un fondo comune.
Questo tesoretto era destinato a una delle missioni più nobili per l’epoca: pagare le spese funerarie per le famiglie povere che non potevano dare degna sepoltura ai propri cari.
Era un sistema che oggi chiameremmo welfare, arcaico e ingegnoso, dove il pane, simbolo della vita, finanziava l’ultimo atto dell’esistenza umana.
Folclore e didattica: la leggenda dell’Orchino di Cima
Tra le tradizioni popolari più amate del territorio, narrate dai volontari ai bambini delle scuole, troviamo la storia dell’Orchino di Cima.
A differenza dei classici orchi carnivori, questo piccolo personaggio era la “pecora nera” di una numerosa famiglia ungherese: un orchino vegetariano che stava male solo a sentir odore di carne.
Stufo delle prese in giro dei suoi simili, intraprese un lungo viaggio finché arrivò in una radura circondata da boschi di querce e castagni, dove la vista spaziava dalle colline alle Alpi: la località di Casale Cima.

Qui trovò la casetta dei suoi sogni e un alimento che il piccolo orco amava molto: l’uva.
Quando i bambini della zona riuscirono finalmente a vederlo, scoprirono un ometto buffo, viola (per via dell’uva appena mangiata), con la coda, la pancia grossa e la testa piccola.
Invece di spaventarsi, i bambini scoppiarono a ridere, diventando subito amici.
Da allora, l’Orchino abita là e la sua storia, diversa dai classici e macabri orchi, viene raccontata per avvicinare i più piccoli alla magia del paesaggio locale.
I laboratori esperienziali dell’Associazione Santa Cristina Nostra
Il Museo La Manera di Borgomanero è frutto di un’energia collettiva che continua a rigenerarsi grazie all’opera, gratuita e instancabile, del Gruppo per la civiltà agricola locale: l’Associazione Santa Cristina Nostra.
I volontari trasmettono la memoria locale alle nuove generazioni attraverso esperienze pratiche, di modo che le radici diventino un concetto concreto; riflesso di come l’antica comunità rurale rispettava e utilizzava le risorse della terra.
Dal pane al bucato: nel Museo la Manera la storia si tocca con mano
Nel laboratorio dedicato a fare il pane, insieme ai bambini delle scuole si prepara l’antico pän malgón, fatto con farina di segale e granoturco, come usavano le donne di un tempo.
Terminato l’impasto, durante l’attesa della lievitazione, i volontari narrano storie e leggende legate all’antico alimento contadino.

Poi si procede alla formatura e cottura, come accadeva nel forno comunitario e, alla fine, ogni bambino mangia il panino fatto con le proprie mani, secondo ingredienti e tradizioni della sua terra.
È un modo gioioso e pratico per riscoprire sia le proprie radici che il valore dell’attesa, spesso dimenticato in una società abituata all’immediatezza.
Poi c’è il rito del bucato, come accadeva nella civiltà contadina.
I volontari, insieme ai bambini delle scuole, raggiungono il Fontanone, l’antica fontana del paese, ripetendo i gesti delle donne di un tempo e, scoprendo come una volta si utilizzasse la cenere per pulire i tessuti.
Nei laboratori del Museo La Manera, la storia rivive anche grazie ai giochi dei nonni, poiché all’epoca il divertimento non si comprava nei supermercati oppure online, bensì nasceva da fantasia, ingegno e socialità.
Qui i bambini delle scuole si sfidano a tornei di trottole, costruzioni con i tutoli, ovvero le parti interne delle pannocchie, e bamboline di carta ritagliate a mano.
Poi il laboratorio sui nomi degli antenati; analizzando i documenti originali di battesimo del 1842, i bambini scoprono i nomi più diffusi all’epoca a Santa Cristina e Borgomanero, confrontandoli con quelli attuali.
È così che, dall’antica scrittura con pennini e inchiostro, alla costruzione di spaventapasseri con la pianta del granoturco, ogni iniziativa del Museo La Manera è un passo alla riscoperta delle nostre radici e della nostra identità.
Conclusioni: il Museo La Manera come ponte verso il futuro
In un’epoca dominata dall’istantanea immediatezza, riscoprire le proprie radici non è un atto di nostalgia: è una scelta consapevole per ricordare chi siamo.
Il Museo La Manera, insieme ai volontari dell’Associazione Santa Cristina Nostra, fa da ponte storico e generazionale per unire la memoria della civiltà contadina al nostro presente.
Perché un presente che riconosce le sue radici, è il tornio che plasma la sagoma del proprio futuro.

Tra le mura di Palazzo Bono, la tradizione rurale ci ricorda che l’uomo non è superiore alla Terra, bensì parte di un sistema più grande, tenuto insieme dalla consapevolezza della propria identità; uno spazio in cui riscopri la melodia di quegli antichi valori contadini come solidarietà, sacralità del fare e rispetto per la terra.
Torino Rete ha visitato il museo, conosciuto i volontari, goduto della loro eccezionale accoglienza, della passione con cui raccontano la storia della nostra Madre Terra; la linfa vitale che rende realizzabile ogni nostra azione.
Visitare il Museo La Manera significa riscoprire quel rapporto primordiale tra uomo e terra: lo stesso che permette di abitare il mondo non più prepotentemente, bensì con riverenza e coscienza, ritrovando un ritmo di vita che sia ancora a misura d’uomo.
Il Museo è aperto la prima domenica di ogni mese dalle 14.30 alle 18.00 o su richiesta; contattare il numero 340 688 1721.
